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Full text of "Francesco d'Assisi [microform] ; studio"

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MASTER 
NEGA TIVE 

NO. 93-81262-1 



MICROFILMED 1993 
COLUMBIA UNIVERSITY LIBRARIES/NEW YORK 



as part of the 
"Foundations of Western Civilization Preservation Project" 



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A UTHOR: 



BONGHI, RUGGIERO 



TITLE: 



FRANCESCO D'ASSISI 



PLA CE: 



CITTA DI CASTELLO 



DA TE: 



1884 



COLUMBIA UNIVEI^lTr' LIBRARIES 
PRESERVATION DEPARTMENT 



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Bonghi, , Ruggiero, 1«26-1895* 
Francesco d'Assisi; studio 

1884. 

115 p. 19 cm. 



Castello, Lapi p 



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FEANCESCO D'ASSISI 



STUDIO 



DI RUGGERO BONGHI 




CITTA DI CASTELLO 

S. LA PI TIPOGRAFO EDITORE 
1884 



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ALLLA SIGiNORA 



GIACOMINA LAURIA 

NAPOLI 



Carissima Signora^ 



l^ROPRIETA LETTERARIA 






Ella ama molto la mia figliuola; non è naturale 
che io ami molto Lei? Se La vedo assai di rado, 
pur l'immagine sua mi torna spesso davanti, in 
una compagnia che me La rende più cara; e poi- 
ché io soglio diriger ciascun mio libro a una donna 
gentile, con una parola che le sia un ricordo della 
mia vita, esprima un affetto, un pensiero, non è 
naturale altresì che questo mio Francesco d'Assisi 
mi sia venuto in mente di dirigerlo a Lei? 

La vita di Lei è tutta un malinconico intreccio di 
eletti amori e d'improvvisi dolori. Così fu quella 
del Santo d'Assisi, con questo che i dolori suoi Egli 
li volle, perchè gli purificassero e gli esaltassero Va- 
nima: i suoi Ella non li ha voluti; non si potevan 
volere. Anzi Ella ha pregato Dio che volesse allonta- 
narli da Lei; ma poiché la preghiera é riuscita vana, 

323615 



^li ha acceaati e m si è rassegnala. E rimasta senza 
'figliuoli, ama il figliuolo della figliuola mia, come se 
rosse sito. Il dolore non ha ucciso il germe deWamore 
in Lei, come non suole ucciderlo nelle nature squisite. 
Io m'immagino che questa indole sua, così amo- 
rosa, così provata, debba renderle gradevole la lettura 
di questa mia breve vita del Santo d'Assisi, di una vita 
così maravigliosa per ardore di affetto, per idealità 
di fini, per purezza di sentimento, per vaghezza d, 
bene. Io la scrissi, come soglio pur troppo scrivere il 
più delle volte: non perchè mi fossi prima proposto 
di farlo, e ci avessi posto stadio da gran tempo, ma 
perché, richiamato da altri a volgere sovr' essa il pen- 
siero, sentii, a mano a mam, che me ne innamoravo; 
e quando t amore mi ebbe acceso forte, non seppi pri^ 
resistere alla voglia di manifestarlo. E quando l'ebb» 
fatto, mi saccedette cosa che non vi aspettavo. Da 
molti, e soprattutto da molte, mi venne scritto e detto 
che la lettura del mio racconto aveva fatto bene al- 



l'anima loro ; se n' erano sentita come una lieta ar- 
monia nel cuore. E Le assicuro che nessicna parola 
nella mia vita mi confortò piti di questa. Poiché i 
lunghi contrasti^ nei quali sono vissuto e vivo, hanno 
tolto pregio nel mio spirito a ogni cosa^ in fuori della 
pace del cuore, in fuori dell' appagamento nel bene. 
E ogni lode d'ingegno mi par vana e uggiosa; sol- 
tanto questa mi riesce ancora seria e buona, di avere, 
parlando e scrivendo, svegliato in un' anima un 
accordo vero. 

Mi vien fatto talora di domandarmi: — Perchè, 
di tanti tuoi scritti, cotesto San Francesco è stato 
più, e meglio letto? — Appunto per questo. 7ni pa- 
re : perchè spiega e non turba; perchè risponde a 
una realità di sentimento e non a una superbia di 
speculazione ; perchè tocca affetti che sono stati e sa- 
ranno sinceri neW uomo, e 7ion ne lusinga di falsi e di 
corrotti ; perchè rasenta i problemi più aìisiosi dell' te- 
rnana natura e non li scaccia via o dileggia. Giacché, 



% 



ii vano il negarlo, tiiomo ripugna al falso; ed è falso, 
checche una supposta scienza pretenda, il disconoscere 
la natura e pretendere che la metà o la miìior parte 
ne sia il tutto. E gli scritti, ne dedussi anche, i quali 
più mantengono il rispetto a questa intera coscienza 
umana, più è facile e ragionevole che ne raccolgano il 
consenso, e più durino, sanzionati da essa. 

Guardi Ella, gentile Signora, se in ciò io mi ap- 
pongo al vero; poiché le donne sono dioinatrìci; e 
la più e la miglior parte delle opinioni umane sono 
divinazioni. E Dio volesse che così fosse come io ho 
detto l Gli autori e i libri troverebbero un più utile 
modo di essere. 

Lia un bacio alla mia figliuola e al mio Gino, e 
ini creda 



Roma, 16 febbraio 1884. 



Suo 
BONGHI 



FRANCESCO D'ASSISI 



1 



Bonghi, Francesco d'Assisi. 



FRANCESCO D'ASSISI 



È temerario^ più che io non supponevo, il com- 
promettersi a scrivere di Francesco d'Assisi, poco 
meno clie all'improvviso. È un soggetto che più 
uno vi si accosta, più si allarga; più uno lo tasta, 
più si profonda. Di lontano, tu vedi la cara im- 
magine d'un uomo geniale e pio; da vicino questa 
immagine ti richiede, perchè tu la ritragga e l'in- 
tenda, che tu scenda in certi recessi intimi e bui 
dell'umana natura, che tu veda dove essa si con- 
nette e s'abbraccia colla natura divina e col mondo, 
che tu discerna da quale segreta ragione dei tempi 
una indole come la sua, sia, se m'è lecita la pa- 
rola, scoppiata fuori ed abbia trovato il motivo di 
<)osì estesa efficacia ; e se e come questa si sia dif- 
fusa fra le nazioni, alterandone alcune disposizioni 
morali, confermandone o promovendone alcune in- 
clinazioni sociali e politiche, sollevandone il pen- 
siero ed eccitandone il sentimento in ogni genere 
d'operosità intellettuale ed artistica. E non basta. 
Francesco d'Assisi è cosi squisita e rara figura 
d'uomo, che quegli stessi, a' quali dispiace o ri- 



4 FRANCESCO d'ASSISI 

pugna ogni suo atto per causa dell'affetto stessa 
e dell'idea da cui muove, quegli stessi a' quali ogni 
miracolo è una impostura, ogni fremito spirituale 
un'allucinazione, non osano, sto per dire, esprimere 
la lor mente parlando di lui. Ma d'altra parte, in 
animi diversamente disposti sono così grandi tut- 
tora gli amori che suscita, le ammirazioni che pro- 
voca e la devozione che richiama, da non parer 
loro esagerata nessuna cosa che se ne dica, da non 
parer loro lecita nessuna disamina di fatti, per ri- 
spettosa che sia. Sicché, se i primi restano impac- 
ciati a ragionare di lui e a spiegarsene la persona 
e gl'influssi, gli altri non ne ragionano se non oltre- 
passando ogni misura di umane e divine cose, e si 
spiegano cotesta persona e cotesti influssi, trascen- 
dendo sin dove ogni tratto di quella si consuma 
e si smarrisce, e questi si confondono colla volontà 
divina arbitrariamente supposta. Ne giova stare di 
mezzo agli uni e agli altri; bisognerebbe cercare 
e ritrovare una via nuova, in cui non s'incontrino 
ne gli uni ne gli altri. E quale è questa? Dove 
oggi è una via che le passioni o i pregiudizi degli 
uni degli altri non attraversino? Che gli entu- 
siasmi degli uni o i dispetti degli altri non turbino? 



IL 



Nessuno degli antichi narratori della vita e delle 
gesta di Francesco d'Assisi comincia dal notare l'an- 
no in cui nacque. ^ Nello spirito loro, questa nascita 
corporale aveva picciolo o anzi nessun significato;. 



FRANCESCO d'aSSIST 5 

bensì l'aveva grande la nascita spirituale, che suc- 
cedette, quando egli già era su' venticinque anni.^ 
Questa è V epoca nella vita di lui; ad essa si ri- 
feriscono le poche date che non disdegnano di tra- 
smetterci; del 3*^ anno della sua conversione;^ del 
6'^;^ del I3^;-^ del 18'^; « del 20^;^ e poco manca, 
ed è certo nel lor desiderio, che di qvxe^V ej)oca sia 
fatta un'era della storia umana. "^ 



111. 



Pure solo durante questi venticinque anni ci 
appare la nuda natura dell'uomo e c'è lecito di 
studiarla, di seguirla, prima che la fiamma d'un 
ardore divino l'abbia tutta investita ed accesa. Egli 
nasce nel 1181 in Assisi d'un Pietro di Bernardo, 
mercatante, e d'una donna Pica. "^ Nei vari tratti 
che dell'uno e dell'altra ci trasmette la storia, ap- 
pare tanto rozza e violenta indole quella del padre, 
quanto dolce e amorosa quella della madre. ^'' Le 
due si temperano e confondono nell'indole del fi- 
gliuolo. Quando venne al mondo, il padre era lon- 
tano, e. la madre, poiché era sola come Elisabetta, 
lo chiamò Giovanni; ma il padre tornando di Fran- 
cia, gli mutò nome, e lo chiamò Francesco, per ri- 
cordo forse del paese ov'egli faceva fortuna. '^ Fan- 
ciullo andò alle scuole ecclesiastiche di S. Giorgio '' 
^ v'apprese il latino; il francese imparò in casa, 
e che cominciasse sino da bambino a parlarlo, io 
credo che ne sia prova il vedere, che egli conver- 



6 



FRANCESCO d'ASSISI 



sava cantava in tVancese, in alcuni momenti dr 
molta commozione d'animo. Però sappiamo anche 
che lo parlava assai poco bene. ^'^ 

Ma più forse che la scuola o la casa, criovò a 
dilatare quell'animo lo spettacolo, che dalla città 
sua natia gli si apriva dinanzi, e il correre per l'a- 
perta campagna e l'elevare lo sguardo alle vette 
dei monti che non circoscrivono lo spirito, ma lo 
menano di là, e ai borghi che li coronano e paion 
sospesi alle loro pendici, e l'inebriarsi d'aria, di sole^ 
e il sentire il canto mattutino degli uccelli, e il 
contemplare nella sua copia senza riposo, la vita ab- 
bagliante e continua d'una ricca natura. Nessuna 
ha descritto il luogo meglio di Dante Alighieri. 

Intra lupino e Tacqua che discende 
Dal coUe eletto dal Beato Ubaldo 
Fertile costa d'alto monte pende, 

Onde Perugia sente freddo e caldo 
Da Porta Sole, e dirietro le piange 
Per greve giogo Nocera con Gualdo. 

Di quella costa, là dov'ella frange 
Più sua rattezza, '* 

più a mezzo che in cima sta Assisi; e vi s'inerpica; 
e v'ha le sue case, costruite lungo essa l'una più 
su dell'altra, '' sicché a nessuna, sto per dire, è 
chiuso l'aspetto dell'amena e larghissima valle, in 
cui siede Spoleto e che si distende sino a' monti, sui 
quali ad occidente appare Perugia. Se la tradizione 
merita fede, la casa di Pietro di Bernardo, nel sesto 
di Porta Mojano e nel popolo di Santa Maria Mag- 
giore,'' è piuttosto nel basso della città, che nell'alto^ 
e noi dobbiamo pensare Francesco, ancora bambino, 



IJ 



FRANCESCO d'aSSISI 7 

con quella vaghezza d'intelletto e simpatia grande 
d'animo che gli furono proprie, gioire tutto di così 
gaio e vario teatro, come quello che si parava da- 
vanti a' suoi occhi, dalla mattina alla sera, ogni 
giorno. 

Appena ebbe gli anni, '^ attese alla professione 
del padre con tutt'altro genio. Non aveva natura 
di mercatante. Gli jùaceva lo scialacquar nobil- 
mente. È chiamato cortesissimo ^^ uomo e liberale. 
Amava i banchetti; andava la notte cantando per 
la città; si mescolava a ogni sollazzevole compa- 
gnia. Pareva non un figliuolo di agiati borghesi, 
ma di principe. Ed era a volte eletto a re dai com- 
pagni, perchè ne dirigesse le ricreazioni e ne pa- 
gasse le spese. E vestiva il più riccamente e colla 
maggiore eleganza che sapesse; ne gli pareva so- 
verchio qualunque danaro, che in simil genere di 
vita profondesse. Di che il padre taccagno si doleva 
come di abitudine che mandasse in rovina la casa, 
ma la madre ne godeva, e s'augurava bene di un 
figliuolo d'aoimo così superiore allo stato di sua 
famiglia; e andava dimandando; «Che ne pensate 
del tìgliuol mio?» '' 

Francesco viveva della vita agitata dei suoi 
tempi. Assisi era, come una così gran parte dei 
comuni d'Italia, Ira tre padroni: due lontani e 
in contrasto, e uno vicino e presente che sor- 
geva di mezzo e di sotto a loro, e se ne burlava. ^^ 
L'Imperatore e il Papa erano i due padroni lon- 
tani : e rispetto ad Assisi il contrasto tra i due era 
di tanto più vivo, che la città era compresa in 
quella donazione alla Sede Pontificia della contessa 
Matilde, che l'Imperatore disconosceva non meno 
di quello che il Papa la mantenesse. Ma si vede 



8 



FRANCESCO PASSISI 



che il popolo d'Assisi, già a' tempi che vi nasceva 
Francesco, anzi da più anni prima, aveva acqui- 
stato qualche balìa sopra di sé. Nel 1174 la resi- 
stenza fatta a Cristiano, arcivescovo di Magonza e 
legato dell'Imperatore, mostra il suo animo, come la 
espugnazione che ne fu fatta, l'impotenza sua. -^ Nel 
1177 Federigo Barbarossa vi stette a dimora, certo 
dal 19 dicembre al 3 gennaio.^- Più tardi, nel 1195, 
il suo figliuolo Ai'rigo VI, cui, secondo alcuni, nac- 
que e fu battezzato in Assisi stessa Federico 11,^' 
investì del Ducato di Spoleto e della Contea d'Assisi 
Corrado di Svevia, detto de Liitzelinhbart dal suo 
luogo di nascita, e soprannominato il bizzarro o 
Mosca in cervello, per l'indole sua. Ma nell'in- 
tervallo, quando Francesco aveva tre anni, Assisi 
era entrata a far parte di una lega, o a dirla colla 
parola d'allora, in una concordia con parecchie 
città della Marca e dell'Umbria, ed era andata in 
soccorso d' Orvieto assalita dalle genti Tedesche. '* 
Corrado non ne rimase conte a luogo. Uno dei 
primi atti d'Innocenzo 111 fu di ritogliere a Cor- 
rado Duchea e Contea, senza ascoltare promesse o 
assentire a patti di sorta, poiché temeva che qualun- 
que indulgenza avesse mostrato ai Tedeschi, gli sa- 
rebbe stata apposta a poco amore dell'indipendenza 
d'Italia, e a favore per gli stranieri; onde si sa- 
rebbero sollevati contro di lui gli animi del popolo 
italiano. Ne gli Assisani stettero inoperosi; posero 
essi l'assedio alla Rocca loro; forzarono il vecchio 
Conte ad uscirne, e la distrussero. Non è ardita 
congettura il supporre, che Francesco, il merca- 
tante cavaliere, facesse parte della fazione. Era sui 
diciassette anni. 



FRANCESCO D ASSISI 



9 



I comuni d'Italia appena diventati padroni di 
se in realità, più ancora che in diritto, avevano 
subito due sorte di guerra a combattere, l'una con 
una parte de' lor cittadini, i nobili che possedevano 
castelli nel contado e torri nelle città, l'altra con 
i comuni circostanti. ^^ Assisi ebbe e l'una e l'altra, 
quantunque il Pontefice credesse di non averla ri- 
tolta a' Tedeschi, se non perchè fosse soggetta a lui.^^ 
E dalla prima gli nacque la seconda; poiché i 
nobili, messi a pericolo da' popolani del borgo natio, 
ricorsero a quelli d'un borgo vicino a Perugia, 
che s'affrettarono a venir loro in aiuto; e gli As- 
sisani ebbero la peggio. Ora, é assai verisimile, 
che Francesco, borghese^ combattesse contro i no- 
bili feudali ; ed é certo, che prese parte alla guer- 
ra contro i Perugini, poiché vi fu fatto prigio- 
ne. ^' Il che accadeva nel 1202, cioè quand'egli 
aveva ventun'anno. 

La prigionia non alterò la grande giocondità 
e la molta amabihtà del suo spirito. Aveva una 
grande aspettazione di ciò ch'egli dovesse essere 
un giorno. Voleva sèguito. Raccontano che uno di 
quelli ch'erano prigioni con lui, facesse ingiurie 
a un altro; onde tutti gii si misero contro, e 
vollero lasciarlo solo, ma egli no; gli rimase a- 
mico, e pregò tutti che tornassero, come prima, 
con lui. ^^ 

La prigionia durò un anno ; ma appena ne fu 
uscito fuori, ecco un altro pensiero venirgli in mente. 
Aveva dell'avventuroso l'uomo. All'improvviso ed 
acre diletto delle prove dell'armi, gli s'era sollevato 
l'animo. Sentito d'un cavaliere d'Assisi, Gentile per 
nome, che si metteva in ordine per andare a guer- 



1 



10 



FHANXfclSCO D ASSISI 



FRANCESCO D ASSISI 



11 



reggiare in Puglia, si risolse ad accompagnai*si con 
lui, e s'allestì d'armi e di vestimento il meglio e 
piìi riccamente che seppe e potette. Ciò doveva es- 
sere nella primavera 1204; in quell'anno si guer- 
reggiava tuttora tra Gualtiero di Brienna venuto 
già da tre anni a riconquistare il regno, — gliene 
veniva il diritto da Albina figliuola di Tancredi 
sua moglie, — e il conte Diopoldo, luogotenente di 
Federico II tuttora fanciullo. Ma 1' 1 1 giugno, il 
valoroso ed avventato Gualtiero, colto alla sprov- 
veduta era vinto dal suo nemico avanti a Sarno, 
e rimaneva morto. Francesco ebbe a dimettere il 
pensiero d'andare a combattere accanto a un uomo 
di guerra, di cui nessuno era più adatto ad eccitare 
la fantasia sua giovanile. ■ 

Però, prima d'accingerei a questo viaggio di 
Puglia, e dopo uscito dalla prigione di Perugia, un 
caso gli era occorso, che non era rimasto senza 
grande influenza sulla sua indole. L'aveva colto 
una malattia grave, di cui non era risanato se non 
lentamente e con difficoltà. Un giovine di così no- 
bile immaginativa, di così elevato ed ambizioso 
animo, vissuto sino allora tra le distrazioni dei 
giuochi e dell' armi, non si vede rinchiuso in una 
camera ed inchiodato in un letto, senza averne oc- 
casione a tornare sopra di sé. Bonaventura ha ra- 
gione: Spirituali auditui dat intelligenti ani in- 
flida vexatio ; « la vessazione inflitta al corpo dà 
l'intelletto all'udito dello spirito. » E racconta anco- 
ra egli soavemente, ciò che a Francesco risanato 
intervenisse; andava ricercando per la prima volta 
in vita sua luoghi solitari, amici di tristezza, e 
dove nessuno lo turbasse nelle meste meditazioni 






3 

V 




sue. Ed altri dice: Le bellezze dei campi, l'amenità 
delle vigne, e tutto ciò eh' è pur bello a vedere, 
non gli erano più di nessun diletto. ^ Alle brigate 
d'amici prendeva parte svogliato; e fatto re, come 
un giorno, non le precedeva, ma le seguiva silen- 
zioso e pensoso. ^^ Era sui venticinque anni; e come 
tutte le nature capaci di mirare un ideale e ab- 
bastanza vigorose da effettuarlo, egli sentiva, si vede^ 
dentro di sé il tormento che costa loro il determi- 
narlo e il prefiggerlo. 



IV. 



I tempi nei quali viveva erano pieni di ecci- 
tamento alla mente e all'animo. Francesco d'Assisi 
nacque l'anno in cui morì Alessandro III, uno dei 
maggiori papi che abbia avuto la Chiesa di Roma, e 
quello « per la cui partecipazione alla pace tra i 
comuni lombardi e l'imperatore Federico I, i Papi 
s'eran trovati capi e difensori della rinascente na- 
zionalità italica; o per non appiccare parole mo- 
derne a fatti antichi, di quella parte d'Italiani che 
rifiutavano il vassallaggio dell' impero. » '^^ Dalla 
Lega Lombarda, che era nel 1176 uscita vittoriosa 
dalla gran lotta contro l'imperatore, e dalla libertà 
dei comuni, assicurata nei patti di Costanza del 
1183, che fu l'ultimo effetto di quella lotta, «un 
alito di vita nuova si cominciò a diffondere dal- 
l'Alpi al Garigliano. » Naturai conseguenza di que- 
sto alito potente fu l'odio « per la signoria tedesca^ 



12 



FRANCESCO 1) ASSISI 



rimasta in Italia nei feudatari imperiali e nel Vica- 
rio dell'impero.»^^ Essi soli, nati o no che fossero 
in Italia, erano ancora sentiti stranieri. Nelle plebi, 
tutte le varietà nazionali, trasfusevi dalle immigra- 
zioni barbare, s'erano stemperate e confuse; e s'era 
andato formando un sentimento popolare e nazio- 
nale, ombroso e fermo. Negli anni che corsero 
dalla fanciullezza alla prima giovinezza di France- 
sco, dal 1181 al 1198, durante i pontificati brevi di 
papi fiacchi, il moto dei comuni diventati liberi non 
s'allentò, ma a tutti insieme mancò una mira, a rag- 
giunger la quale unissero gl'intenti e le forze. Ma 
nel 1198, quando Francesco aveva diciassette anni, 
fu eletto Papa Lotario dei conti di Segni, che 
prese nome d'Innocenzo III, e mostrò nel suo Pon- 
tificato di 17 anni tale forza d'animo e attitudine 
d'impero e larghezza di mente e dottrina, che Pon- 
tefici maggiori e più potenti di lui non ha visto la 
sede di Pietro. La guerra del papato contro l'impe- 
ro, che sino ad Alessandro III aveva avuta cagione 
nell'ingerenze spirituah di questo, l'ebbe per 0[)era 
d'Innocenzo III soprattutto nell'ingerenze dell'im- 
pero nel governo d'Italia, e fu intesa a spogliamelo 
aifatto. Uno dei primi atti d' Innocenzo fu la lega 
conclusa fra le città toscane nello stesso primo anno 
del suo pontificato, nella quale non doveva entrare 
ne imperatore ne re o principe o duca o mar- 
chese, e lo stesso Papa e i cardinali dovevano re- 
starne esclusi, se non avessero fatto ed adempiuto 
la parte assegnata loro. '^^ Quali fossero per la storia 
d'Italia gli ultimi resultati di questo comune sforzo 
di Papi e di popoli contro l'Imperatore forestiero 
-e tutta la nobiltà feudale che si appoggiava sopra 



FRANCKSCO D ASSISI 



l:^ 



esso, non è qui il luogo di dirlo; ma, di certo, 
sulla mente di Francesco, popolano, dovevano avere 
efficacia grande, sì questo maraviglioso splendore 
della suprema autorità ecclesiastica, sì l'alleanza 
in cui essa era entrata coi popoli, e sì ancora la 
guerra, che insieme avevano dichiarata a un potere 
che vantava diritti storici, ma ne soffocava assai 
più di naturali. E di che animo fosse rispetto al- 
l'impero, lo mostrò un fatto occorso nel settembre 
del 1209. Dimorando egli allora a Rivo Torto, vi 
passò, nell'andare a Roma a incoronarsi imperatore, 
Ottone IV. Or bene, Francesco non volle uscire a 
vederlo, né lasciò che nessuno dei suoi compagni 
uscisse, eccetto uno, cui commise di dirgli senza 
paura che di cotesto onore avrebbe goduto assai 

1)0C0. ^^ 

Pure la realtà abbondava, più forse che non 
suole, di contrasti. In cotesti comuni Uberi, le fa- 
zioni tra i cittadini e le discordie erano già molte, 
aspettando di diventare anche più feroci tra qual- 
che anno. Riconciliate da paci passeggiere, pro- 
rompevano sempre di nuovo. Nel 1203 la sconfitta 
toccata agli Assisani gli aveva persuasi a scendere 
a patti con quei loro concittadini, ch'erano ricorsi 
per aiuto ai Perugini vincitori. I buoni uoìuiniy 
eh' è il nome dato a questi malmenati, ottengono 
un risarcimento di danni dagli uomini del popolo^ 
come si chiamavano quelli che glieli avevano in- 
flitti; e s'accordano in ciò che « niun cittadino 
debba far lega o patto con città o castello o si- 
gnore, né con nunzio imperiale, senza una delibe- 
razione comune della terra o cagionare né 

dentro né fuori divisione alcuna. » ^"^ Ma quanto 



14 



FRANCESCO D ASSISI 



tempo dura quest'armonia? La storia d'Assisi ci 
resta in brandelli. Però noi vediamo la città l'anno 
dopo, per l'elezione d'un console scomunicato, in 
rotta con Innocenzo III che la interdice, e poi, suppli- 
cato umilmente l'assolve;'' e tornare l'anno di poi a 
voltarglisi contro, come appare da un diploma ema- 
nato in favore di essa da Filippo di Svevia, nemico 
del papa. "" Al quale pare che fosse tornata amica 
prima della passata di Ottone IV; che l'anno dopo 
che fu incoronato imperatore, le mise sul collo quel 
Diopoldo, vincitore di Gualtiero di Brienna, crean- 
dolo duca di Spoleto. ^ E sotto il governo di questo 
r anno stesso, fu concluso un nuovo accordo tra i 
maggiori e i minori d'Assisi, i buoni uomini e 
i poi)olani del 1203, nel quale, tra le persone con 
cui senza comune consentimento non bisogna far 
patti, son citati altresì il papa e i nunzi o legati 
di lui. '' Ora, quest'alternare continuo di parti e di 
sudditanze, che lasciava bensì luogo a una libertà 
popolare, ma licenziosa e abituata a dar volta ogni 
giorno, non doveva contentare un animo eletto e 
delicato, com'era quello del figliuolo del mercatante. 
Quanto fastidio ne sentisse, ne sta a prova un altro 
fatto. Molti anni dopo, egli era in Greccia"^ su 
quel di Rieti; e seppe, e venne, uscendo di sua 
cella, a raccontare a' compagni che i Perugini ave- 
vano fatto dimolto male a'ior vicini, e n'erano sa- 
liti in superbia con lor vergogna. Pure la vendetta 
di Dio, aggiunse, è vicina, ed egU ha già la mano 
sull'elsa. E scorsi pochi giorni si leva in fervore 
di spirito, e dirige i passi verso la città di Perugia. 
E giuntovi, comincia a predicare al popolo; e poi- 
ché dei cavalieri, come suole, accorsero, e facendo 



FRANCKSCO D ASSISI 



15 



dei giuochi colle armi alla mano, impedivano che 
la parola di lui si sentisse, il santo rivolto a loro 
proruppe in un gemito e disse: — o miserabil de- 
menza di miseri uomini che né considerate né te- 
mete il giudizio di Dio, ascoltate quello che Iddio 
v'annuncia per mezzo di me poverello. Il Signore, 
disse, v' ha esaltato sopra tutti quelli che vi stanno 
d'intorno; per il che dovreste essere più benigni 
co' vicini e più grati a Dio; ed invece, ingrati a' 
benefìci di lui, voi correte a mano armata addosso 
ai vicini, gli uccidete, li mettete a ruba. Io vi dico: 
non sarà lasciata la condotta vostra senza vendetta, 
anzi per più grave castigo Iddio vi farà così an- 
dare in rovina per intestine guerre, che l'uno in- 
sorgerà contro l'altro e vi consumerete tutti. Lo 
sdegno di Dio v'insegnerà quello che la bontà sua 
non v'ha appreso.» E così fu, la leggenda nota; 
poiché di lì a pochi giorni nasce una discordia tra 
loro; il vicino prende l'armi contro il vicino; i 
popolani inferociscono contro i nobili, i nobili con- 
tro i plebei; e fecero tanta strage e così crudele 
gli uni degli altri, che perfino le popolazioni cir- 
costanti se ne condolsero. 

E un altro contrasto e non men vivo mostrava 
la Chiesa. Nei comuni una libertà infeconda : nella 
Chiesa un'autorità spiritualmente sterile. Grande e 
riguardevole di fuori; non mai più d'allora vigo- 
roso l'imperio di essa. Pure la leggenda racconta, 
— e il fatto può non esser vero, ma esprime un 
sentimento vero — che quando Francesco era per 
andare a Roma a chiedere a Innocenzo III l'ap- 
provazione dell'ordine che s'era proposto di creare, 
il Pontefice vide in sogno la Chiesa di Laterano 



10 



FRANCESCO 1) ASSISI 



4 
? 



P^RANCESCO D'aSSISI 



17 



minacciar rovina, ed un povero religioso reggerla 
colle spalle. ^^ Le testimonianze di quanta fosse la 
corruzione dentro la Chiesa son molte; ma a me 
bastano quelle che si raccolgono dai biografi stessi 
di Francesco. L'uno dice di lui, ch'egli fosse una 
luce mandata dal cielo in terra, per fugare l'uni- 
versale caligine di tenebre che aveva occupato pres- 
soché tutto il paese; sicché nessuno più sapesse 
vedere una meta. « Tanta alta profondità dell'ob- 
blivione di Dio e della negligenza delle prescrizioni 
di lui ])remeva pressoché tutti, da lasciare a mala 
pena e solo sino a un certo punto che mali vecchi 
ed inveterati ne li ridestassero. ^^ Gesù era dimen- 
ticato da tutti. » ** E un altro: « A quei tempi l'a- 
more e il timore di Dio era pressoché estinto in 
ogni luogo, e la via di penitenza s'ignorava affatto, 
anzi si riputava stoltezza. Poiché aveva tanto pre- 
valso Tattrattiva della carne e la cupidigia del 
mondo e la superbia della vita, che il mondo pa- 
reva consistere tutto in questi tre malefizi. » ''^ Il 
secolo duodecimo rassomiglia in questo ris[)etto al 
decimoquinto, ed è notevole come il venir meno 
del sentimento del culto, e il profanai^i, se la pa- 
rola m'é lecita, della Chiesa generarono nel decimo- 
terzo e nel decimosesto due risvegli religiosi o rin- 
novazioni, che si debba dire, pure così diversi l'uno 
dall'altro nei lor modi ed effetti. 

Si può star sicuri, che sino a che una fede non 
ha perso tutto il vigor suo, e la sua radice non s' è 
del tutto inaridita nelle menti e nei cuori, non s'ec- 
clissa se non per ritornare da capo nella sua luce di 
prima e talvolta ancora più viva. Ora nel decimo- 
quinto, secolo non era diventata sterile la fede cri- 



stiana; e nel duodecimo non era diventata tale la 
cattolica. Il contrasto, accusato con grandi e dolorose 
grida da uomini virtuosi e credenti, tra la realtà dei 
costumi nel clero e nel laicato e l'idealità dei fini e 
delle missioni, era destinato tuttora ad essere pas- 
seggiero; e generava intanto negli animi pii una 
compunzione profonda e un ardore di vita nova. 
Quando nel 1187 Gerusalemme fu ripresa da' 
Saraceni, uno sgomento addolorato colpì tutta la 
cristianità occidentale. La città dove era stato cro- 
cifisso il Dio adorato da essa, era ricaduta nelle 
mani de' nemici suoi; e dopo tanto sangue, dopo 
tanti sforzi! Pure, l'impresa pareva ancora siffatta 
da non doversi ritenere ])er disperata. Innocenzo 
III non ristette, sino a che un altro esercito di Cro- 
ciati non movesse alla riscossa. E nel 1202 l'eser- 
cito partì, ma non giunse in Terra santa; e i capi 
dei Crociati conquistarono invece per sé, Balduino 
di Fiandra Costantinopoli e l'Impero, Bonifacio di 
iMonferrato Tessalonica e un regno. Il tatto disegna 
gh uomini e il secolo! Non potevano le fantasie 
tollerare che Gerusalemme non fosse de' cristiani ; 
la fede, l'onore di questi che si sentiva offeso da 
cotesto evento materiale, sensibile, non ?i commo- 
veva per nessuna violazione di legge morale, umana 
divina; e non credevano necessario, per causare 
Tira divina, nessun rimutamento di animo o di con- 
dotta; partivano a liberare il sepolcro di Cristo, 
senza ravvivare in sé nessuno dei germi della dot- 
tnna di lui. Ed in Terra santa o anche prima che 
Vi giungessero, le ingordigie, le ambizioni semina- 
vano tra i Crociati stessi la discordia, e questa li 
consumava più che il ferro inimico. Nella Crociata 



2 — Bc.NGHi, Francesco d'Ass 



ist. 



18 



FRANCESCO D AS.SISI 



del 1202 impedirono che vedessero persino la Terra 
per la cui liberazione avevano abbandonato i ca- 
stelli, le spose, i figliuoli. Pure nella mossa stessa, o 
riuscisse o no, c'era questo : un distacco volonteroso 
da tutto ciò con cui s'era nati e vissuti, e un correre 
avventuroso verso una meta che un ideale nutrito 
da uno spirito di fede si prefiggeva. E l'animo 
umano si giova di ciò; pure fallendo per via od 
in fine, se ne trova alleggerito e sublimato. E se 
nei più l'impressione delle tristi notizie di Terra 
santa non era tenera o profonda tanto da penetrarne 
Tanimo e mutarne in realtà la condotta, le menti 
pie e i cuori semplici se ne dovevan sentire scossi 
sin dentro il midollo, e credere che Iddio, i>er la 
voce di quelle sventure, chiedesse espiazione, sa- 
crifizi, virtù, e infiammarsi tutti a fargliene ot- 
ferta. Un fatto, uno de' più strani fatti de'temjù, 
la crociata dei fanciulU del 1212, mostra questa 
inclinazione degli spiriti; l'innocenza doveva con- 
quistare la vittoria ch'era sfuggita al valore. 

Sicché e il vigore, tutt'altro che spento, del 
sentimento cristiano, e l'eccitazione che veniva agli 
spiriti dalla condizione de' tempi, eran del pari ca- 
gione che a fianco della Chiesa officiale, sprovve- 
duta di spirito religioso, e del laicato distratto da 
discordie, da avidità, da superbie, si vedessero 
sorgere e formarsi moti spirituali intesi a rinno- 
vare e ripristinare l'antica fede di Cristo nella sua 
verità teorica e nella sua efficacia pratica. E pren- 
devano due forme: l'una di opposizione alla Chiesa 
stessa, e con essa agli ordini sociali e politici che 
si reggevano in suo nome e sotto le sue ali ; l'al- 
tra di riforma dentro la Chiesa e dentro questi 



FKANCKSCO D ASSISI 



19 



ordini, di ritorno di quella e di questi ai lor prin- 
cìpi, di riedificazione intima dell'una e degU altri 
senza distruzione. 

Non mai secolo era stato più del duodecimo fe- 
►condo di eresie. Queste, in genere, non vogliono già 
•dire affievolimento di fede religiosa o diminuzione 
d'interesse in quello che si riferisce ad essa e nel- 
l'idee e sentimenti che ne derivano; bensì il con- 
trario; ne di solito, sorgono da malignità, come 
ne sono accusate dalle credenze che ne sono com- 
battute alterate, bensì da fervore di spirito. Un 
poeta, contemporaneo quasi di Francesco d'Assisi, 
dice che in Italia serpeggiassero trentadue eresie ; 
numero che vuol dire parecchie, e ce n'era di più 
ragioni. Tutto il fondamento e la guarentigia della 
salvezza che secondo loro la Chiesa non offeriva 
più, lo ricercavano e lo riponevano nel petto di 
ogni singola persona e nell'immediato contatto 
di questa con Dio, e presentivano e profetavano 
un avvenire [jrossimo in cui i loro ideali si sareb- 
bero effettuati. V'era molta gradazione tra cotali 
:sette nella loro opposizione alla Chiesa. Gli Apo- 
stolici, venuti su principalmente in Italia, e i Val- 
desi, seguaci di P. Valdo di Lione, volevano so- 
prattutto ricondurre la Chiesa alle condizioni della 
prima età e risecare da' suoi ordini e pratiche tutto 
quello che i secoli avevano aggiunto all'Evangelio. 
Ma in altre eran penetrate dottrine, trasportate forse 
d'Oriente coi Crociati, gnostiche e manichee ; e che 
prendevano nomi diversi. Catari, Albigesij Pu- 
blicani, Pauliciani^ Pater ini. Ed alcune tende- 
Tano ad una intelligenza panteistica dell'universo, 
p. e. la setta dello Spirito Santo; mentre in altre 



20 



FRAN'CESCO d'aSSISI 



appariva solo un gran bollore di spirito, che dava 
luogo ad ogni sorta d'allucinazione. Tanchelmo di 
Braijante s'immaginava d'aver ricevuto in se io 
Spirilo Santo e d'essere con ciò diventato Dio e lo 
sposo di Maria vergine; Eudone da Stella od Eoa 
voleva che le parole: per eum qui ventiirus est 
nidicare vivos et mortuos, si riferissero a lui. Sarei 
lungo e pur non abbastanza quanto dovrei, se an- 
dassi nominando tutte l'eresie nate nel secolo, e 
ne volessi spiegare anche solo sommariamente l'in- 
dirizzo: Arnaldisti, Petrobrusiani, Enriciani, i 
seguaci di Segarelli di Parma, i Pagasii ; e ta- 
lune di Germania, di cui s'avvertono i movimenti, 
e non ci restano i nomi. Pure non posso tralasciar 
di dire qualche parola dell'abate Gioacchino, 

« Di spirito profetico dotato » 

morto in Calabria nel 1202. Egli non uscì dalla 
Chiesa, poiché Onorio III lo dichiarò do[)o morte 
un cattolico vero. Cistcrciense, non trovò che il ri- 
gore della disciplina di quest'Ordine bastasse al sua 
spirito severo e fantastico; né la solitudine di So- 
razzo, dov'egli era abate, contentò il suo ardore 
contemplativo. Fondò Ordine più stretto e scelse- 
solitudine più selvaggia in Santa Fiora di Calabria. 
Qui scrisse libri e lasciò profezie, non ancora di- 
menticate, ma che ebbero molto grido ed effetto 
tra i contemporanei. Diceva la storia del monda 
divisa in tre periodi: nel primo operò il Padre me- 
diante i Patriarchi e i figliuoli dei Profeti; nel se> 
condo il Figliuolo mediante gli Apostoli e gli uo- 
mini apostolici; e nel terzo, quello in cui s'entrava,. 



FRANCESCO D ASSISI 



21 



avrebbe operato lo Spirito Santo, e suo istrumento 
sarebbero stati i monaci. ^^ E quest'ultimo avrebbe 
dovuto principiare nel 1200. La Chiesa corrotta e 
diventata tutta mondana sarebbe stata castigata 
dalla dura spada della Germania. ^' 

A cotesto brulichìo d'idee e aspettative del nuovo 
fuori della Chiesa, l'ispondeva dentro di questa l'e- 
laborazione via via più serrata della sua dottrina. Da 
Anselmo d'Aosta (1033-1 109), apparso al cominciare 
del secolo, aveva preso principio un indirizzo specu- 
lativo, che le contese tra Roscelino e Guglielmo di 
Campello, tra Abelardo e Bernardo di Chiaravalle, 
non avevano fermato, ma diffuso : e verso la fine 
della prima metà del secolo s'era conchiuso, rispetto 
al domma, con un libro che sarebbe stato il testo ed 
il modello di molti altri per molti anni, il Liber 
Sententiarum di Pietro Lombardo da Lumelogno. 

Rispondeva a questo coordinamento rigoroso 
della dottrina il coordinamento della gerarchia 
della Chiesa dentro sé stessa; poiché cresceva l'au- 
torità pontifìcia e si andavano rassegnando a ri- 
«lanerle soggette, senza contrasto, tutte le autorità 
ecclesiastiche sparse per il mondo cattolico; e le 
relazioni tra queste stesse prendevano forma più 
-certa, regolata, costante. Gl'influssi che dall'auto- 
rità pontificia scendevano sul clero, erano in ge- 
nerale buoni ; se da essa partivano disposizioni in- 
tese a formare del clero un esercito suo, e che por- 
tavano per naturale effetto il dissociarlo, il distac- 
carlo prima o poi dalle società laiche, si deve rico- 
noscere altresì che però non ne partiva mai nessuna 
indulgente a' vizi e disordini di esso, o all'ignoran- 
za in cui in buona parte giaceva contento. Sarebbe 



o«> 



FRANCESCO D ASSISI 



un bello studio l'andar rintracciando ed esponendo» 
i provvedimenti presi dai concili, convocati e pre- 
sieduti dai pontetici, o da questi soli per purificare 
la vita ed illuminare la mente del clero durante 
la seconda metà del duodecimo secolo e la prima 
del decimoterzo; ma mi condurrebbe troppo lontano. 
Un naturale effetto di questo sistemarsi della 
dottrina e dell'autorità fu l'agire più risoluto e vio- 
lento contro le sètte ereticali, che apparvero ne- 
miche non meno dello Stato che della Chiesa. Sic- 
ché fu abbandonato in tutto il vecchio principio, 
che fosse illecito l'usare la forza a reprimere le 
opinioni diverse dalla comune e cattolica. L' Inqui- 
sizione, si può dire, nacque nel Concilio di Verona 
del 1184. L'anno stesso, che P'rancesco sentì leg- 
gere in S. Maria della Porziuncula quel i)asso del- 
l' Evanirelio, che finì di chiarirtrli il suo animo, 
cominciò la guerra contro gli Albigesi, stermi- 
natrice. 

E un altro effetto delle stesse cause fu l'acuir- 
si, in pari tempo, e il determinarsi di alcuni punti 
di credenza più difficili e delicati, e il moltiplicarsi 
dei culti. Il domma, così arduo, della trasformazione 
del corpo di Cristo nel pane e nel vino, trovò, nel 
I2I5, nel duodecimo concilio generale, la sua pa- 
. rola : transustanziazione, hdT festa del Corpus 
Domini fu per la prima volta istituita nel 1246. 
E un secolo prima, nel 1140, era stata istituita 
quella òeW Immacolata Veì^gine Maria. Nuove 
pratiche s' introducevano. Le reliquie venute in 
Francia^ in Germania, in Italia, dopo la presa di 
Costantinopoli, nel 1207, accrebbero il culto dei 
Santi; i nelle£rrina2:2ri divennero più vari e nu- 

7 I CI? CjCJ a 



FRANCESCO 1) ASSISI 



2;^ 



morosi; le leggende più copiose e ricche. Così da 
uno parte la scuola precisava i misteri; dall'altra 
l'autorità fomentava le devozioni. 

E l'una e l'altra inclinazione erano accresciute 
ed aiutate dagli ordini religiosi che si creavano o 
si rinnovavano. Poiché la maggiore o minor soli- 
tudine a cui erano costretti quelli che vi s'ascri- 
vevano, é per sé naturale cagione dell'assottigliarsi 
del rintel letto e del riscaldarsi del cuore. Bernardo 
di Chiaravalle aveva nella prima metà del secolo 
decimosecondo richiamato a più severa disciplina 
i Cistcrciensi, istituiti nella fine del secolo ante- 
riore; e le congregazioni che prendevano norme 
da lui s'erano moltiplicate nel secolo decimoterzo 
fuor di misura, ed avevano acquistato grandissimo 
(u^edito. Ancora^ appartiene alla stessa prima metà 
l'Ordine de'Premonstratensi (1120); ma alla seconda 
quello dei Carmelitani (1156), specialmente devoti 
della Vergine. Innocenzo III aveva consigliato a Gio- 
vanni di Malta l'istituzione dei Trinitari [)er il riscat- 
to dei cristiani fatti prigionieri dagl'infedeli. Perlo 
stesso fine Pietro Nolasco e Raimondo di Pennaforte 
fondavano nel 1218 l'Ordine della B. Maria della 
Mercede. Anche da Innocenzo III ebbero conferma 
e regola gli Umiliati, sorti nel secolo undecime. 
Nel 1233 Buonfighuolo Monaldi con altri sei fioren- 
tini fondò l'Ordine dei Servi della B. M. Vergine, i 
Serviti. Gli eremiti sparsi per l'Italia furono rac- 
colti in un Ordine colla regola di S. Agostino nel 
1244. Ed eran parecchi e diversi gli Ordini ospi- 
talieri, il principale dei quali era stato fondato da 
Onerino e suo padre Gastone, francesi, nel 1096. 
L'associarsi per un fine a forma di corporazione 



o 



24 



FRANCESCO D ASSISI 



ei*a proprio del secolo. Ogni attività economica, 
intellettuale, spirituale, guerriera sceglieva questo 
organismo per vivere e dilatarsi. Era naturale che 
l'attività religiosa lo prediligesse anche. Nella Chie- 
sa le corporazioni religiose rappresentavano e con- 
tenevano r impeto degli spiriti che non si conten- 
tavano osservarne le leggi, ma volevano effettuarne 
gl'ideali, gì' ideaU posti dall'Evangelio all'umana 
persona. La loro creazione era il suggerimento 
delle coscienze più infiammate, più pure, più sciolte 
d'ogni attaccamento mondano, più fiduciose, più 
assolute. Ma se la forza dell'idea da cui scaturi- 
vano, era grande nell' animo di chi le istituiva, 
s'affievoliva subito, per lo stesso suo eccesso, se 
non in quello di coloro, che vi si ascrivevano ne' 
princìpi, negli altri che seguivano. E d'altra parte, 
gli ordini diversi non .si confondevano in tutto 
colla Chiesa; ma ciascuno sentiva, dentro di que- 
sta, una persona sua distinta e propria. Sicché non 
sempre le loro influenze e operosità collimavano 
in tutto, e più d'una volta si elidevano. I Pontefici 
non ne vivevano senza qualche paura e sospetto; 
e parevan loro potenze difficili a reggere nella 
Chiesa e a tenere in carreggiata. Dal lor seno u- 
scivano le voci più libere e coraggiose contro 
quelli che la governavano, in alto o in basso, se 
per poco parevano dimentichi dei fini e dei mezzi 
propri dell'autorità che esercitavano. 

Gli ordini religiosi si chiamavano e si presu- 
mevano l'esercito di Cristo, che combatteva per 
lui colle preghiere e colla dottrina; mentre gli 
ordini cavallereschi che nascevano negli stessi 
tempi, i Gioànniti, i Templari, i Teutonici, si assu- 



FRAXCESCO D ASSISI 



25 



mevano di difenderne e diffonderne la fede colle 
armi. Cosi gli uni come gli altri avrebbero con- 
tinuate, credevano, le battaglie di Cristo, se il clero 
secolare da una parte ed i governi dall'altra si 
fossero stancati a combatterle. Erano gli uni e 
gli altri Cavalieri di Cristo; e nella mente dei 
monaco e del guerriero, si svegliava e si mante- 
neva, del pari, sinché le istituzioni non degene- 
rassero, un entusiasmo non diverso da quello che 
aveva destato la donna tra le armi mortali dei 
duelli o le armi gentili dei tornei, e nei nuovi 
canti de' trovatori e de' menestrelli. 



V. 



Poiché s'era giunti a quell'ora della vita di 
Francesco di Assisi in cui il giovine gaio era di- 
ventato pensoso, bisognava pure guardare attorno a 
lui e spiare come il mondo in cui viveva, gli avrebbe 
colorito il pensiero. Giacché l' uomo né é fatto tutto 
da ciò che é fuori di lui, né da ciò che gli è den- 
tro; ed errano a parer mio così coloro che cer- 
cano spiegarlo colle circostanze in mezzo a cui 
vive, come senza di queste. La circostanza più pros- 
sima a lui é lui ; ed egli non è effetto, ma anche 
causa nella misura della grandezza della sua mente 
e del suo animo. 

In Francesco d'Assisi non appare a un tratto 
quello che sarà il concetto e fine di tutta la vita 
«d azione di lui. Egli vi si infervora a mano a 



20 



FRANCESCO d'ASSISI 



mano. La fantasia, mossa dal suo cuore, gli pre- 
renLa le molte immagini di f-^!^-^^^ 
il giorno ; e i sogni erano rivelazioni via via pm 
chiare del volere di Dio. Quando era sul partire 
ne e Pudie, sognò la notte di vedere uno che 
fo ci iamava L nome e lo menava in uno spazioso 
ed ameno palazzo ripieno d'armi, e, domandato da 
lui Ti chi le armi e il palazzo fossero, gli rispose: 
tuoi Ed eirli ne gioiva tutto; e a' suo. amie, che 
gli Chiedevano la causa di tanta gioia, an.n.nc.ava 
eh' e-li sarebbe stato un gran pr.nc.pe. Ma p. m- 
cipe^dove e di che? Ecco, che mentre già e.-a a 
Spoleto, in un altro sogno, gli è domandato da 
x/no sconosciuto doVegli andasse e che cosa spe- 
rasse; e quando gli ebbe risposto, lo sconoscnu a 
riprese: - Chi ti può giovare di più il Signore 
o il servo? — Ed avendo egli risposto: — i bi- 
...,ore, - l'altro soggiunse : - perchè dunque lasci 
;er il servo il Signore e per il vassallo .1 Pr.nc.pe? 
L Che cosa, dunque, vuoi tu eh' .0 facc.a, Si- 
gno.-e? - Torna e lo saprai. Il sogno dell alt. a 
notte va inteso altrimenti di quello che tu ha. latto 

E torna, e lo travaglia il pensiero di quel o 
ch'eoli debba essere e fare. 1 compagni che lo 
vedono distratto e mesto allontanarsi da loro, gì 
domandano: - Perchè? Ti sei proposto torse di 
prender moglie? - Sì, - l'isi^nde Un; - e pm no- 
b.le e più ricca e più bella che voi non pensate. 

Il .riovine aveva sempre sprezzato .1 denaro. 
Uno dei pentimenti della sua fanciullezza era que- 
sto, aver rifiutato la limosina a un povero che 
gliela chiedeva, mentre egli e.-a a bottega. •- Sera 
proposto di non farlo mai più. Ed ora che .1 cuore 



FRANCKSCO 1) ASSISI 



27 



^li vagava cercando un oggetto, i poveri gli par- 
vero per i primi un degno oggetto del cuor suo. 
E dava loro denaro se ne aveva; o gii abiti che 
portava addosso, o il pane della mensa di casa. E 
la madre glielo comportava, poiché amava lui so- 
pra tutti i suoi figliuoli. ^^ 

E pregava, ardentemente pregava. Andava a 
pregare in una grotta abbandonata del monte. Lì, 
diceva, s'ascondesse un gran tesoro: e s'ascondeva, 
certo, per lui. ^^ Chi non prega o non ha pregato 
o non ha intelletto se non di ciò che è in grado 
di fare lui stesso, non sente né concepisce quello 
che la preghiera sia: non sa quanto appagamento 
crei in un' anima soprattutto dolce, amorosa, im- 
maginosa, quel sentimento dell'armonia morale 
dell'universo dal quale la preghiera sorge, quel 
sentimento d'intima unione dell'uomo con Dio e 
con tutto, su cui la preghiera s'eleva! 

Dall' esercizio della carità e della preghiera uscì 
rifatto. L'una e l'altra unite sublimano lo spirilo 
siffattamente ch'egli si sente gravato di ogni cosa 
che attrae, che lega l' uomo alla terra. Il corpo e 
tutte le impressioni delle quali esso é l'organo, gli 
appaiono allora come nemici suoi, e non intesi se 
non a turbarne la serenità e tarparne le ali. E 
così apparvero in quel momento a Francesco d'As- 
sisi. « Tutto ciò — gli disse dentro una v^ — 
che t'è stato carnalmente diletto, ed hai deside- 
rato di possedere, bisogna che tu lo sprezzi e l'odii;. 
il che quando tu abbi principiato a fare, le cose 
che prima ti parevano dolci e soavi, ti saranno 
incomportabili ed amare; e da quelle che prima 
avevi in orrore, attingerai dolcezza grande e soa- 



•28 



FRANCESCO D ASSISI 



FRANCESCO D ASSISI 



20 



vita immensa. » Questa è rivoluzione che davvero 
ha luogo nel cuore umano; e nessuna è più ra- 

•dicale. 

Un giorno prese seco quanti più panni potesse 
nella bottega del padre, andò a Fohgno e vendè 
ogni cosa; e se ne tornava col denaro, e non sa- 
peva che uso farne. Quando ecco, nel ritornare, si 
imbatte nella vecchia chiesa di San Damiano, che 
minacciava rovina, e in un povero sacerdote che 
vi stava a guardia, al quale narra quello che gli 
girava per l'animo, ed offre il denaro che portava 
.seco. E poiché il sacerdote che sapeva chi egli 
fosse e che vita avesse menato sin allora, stupiva 
dei suoi nuovi proponimenti e ricusava il denaro, 
posò questo su una finestra come cosa non sua,"' 
ed impetrò di rimanere con lui. Il che saputo dal 
padre, corse a ricercarlo; ma alla ricerca egli 
sfuggì, nascondendosi in una fossa, dove rimase 
un mese, solo di nuovo con Dio e con se. E la 
solitudine e la preghiera operarono di nuovo sul- 
l'animo suo; e dopo scorso quel tempo, egli, che 
non era stato mai vile, sentì vergogna di oc- 
cultare così, alla famiglia e agli amici, la muta- 
zione che si era fatta nel suo animo. E uscì, 
emaciato, lacero, in nulla somigliante a quello di 
prima, e girava per le piazze e per i vicoli della 
città, commiserato da tutti e tenuto per folle. Di 
che appena fu giunta notizia al [)adre, questi si 
affrettò a rinchiuderlo; ma, avendo dovuto per 
^uoi affari allontanarsi da Assisi, la madre amo- 
rosa e i)ia liberò il figliuolo dal carcere; e il fi- 
gliolo ricominciò, più che prima, la vita di prima. 
Al padre tornato seppe male che la madre avesse 



disobbedito agli ordini suoi, e ne la rimproverò 
aspramente: e ricorse a' consoli perchè chiamassero- 
Francesco e lo forzassero a stare coi suoi. ]Ma 
Francesco^ citato dal banditore a comparire da- 
vanti ai consoli, rispose: ch'egli oramai fatto li- 
bero dalla grazia di Dio, non era più in nessuna 
dipendenza da' consoli, stantechè fosse servo solo^ 
di Dio altissimo. La qual risposta i consoli accet- 
tarono per buona, e confermarono al padre che il 
figliuolo s'era sottratto al poter loro coli' enti-are 
al servizio di Dio. Onde il padre fece capo al ve- 
scovo della città, ed avanti a questo Francesca 
comparì. Quando il vescovo gli ebbe detto come 
il padre era adirato con lui e rivoleva il denaro,, 
e quando gliel 'avesse reso si sarebbe raddolcito e 
placato, Francesco rispose: E non solo il denaro- 
gli voglio rendere, eh' è laggiù sulla finestra ; ma 
questi abiti che sono suoi; — e si spogliò tutto^ 
— e rinunciare a lui e a ogni sostanza e non 
avere quind' innanzi altro padre che Dio. ^ 

E Pietro di Bernardone prese seco ogni cosa e* 
andò via; e d'allora in poi non incontrava per i- 
strada il figliuolo senza maledirlo. Sicché questi, 
prese seco un uomo poverello e sprezzato, e gli 
disse : « Vieni meco, e ti farò parte dell' elemosine- 
che mi si daranno; ogni volta che tu veda mio 
padre maledirmi, io dirò a te: [Benedicimi, pa- 
dre mio; e tu mi farai il segno della croce e mi 
benedirai in sua vece. » ^ Dove è da notare come 
nel suo pensiero persino la relazione di padre e 
figliuolo si spiritualizza; e, consumatone, sto per 
dire, ogni altro elemento, ne resta questo solo: la 
benedizione, che, a nome di Dio, un uomo dà a 



7^0 



FRANCESCO D ASSISI 



FRANCKSCO d'ASSISI 



31 



un altro, e la disposizione devota con cui quest'al- 
tro la riceve. 

S'era così andato determinando nell'animo del 
giovine che cosa egli dovesse fare di se; essere 
tutto di Dio e dei poveri; e ancora dell'amore 
verso di questi servirsi a rinnovare la chiesa di 
quello. Se non che questo fine ulteriore non gli 
apparve sulle prime in tutta la generalità sua. Sentì 
dentro di se il suggerimento di operare per modo 
che la Chiesa di Dio ripigliasse lena e vigore; ma 
r intese da prima della restaurazione materiale 
della chiesa della città natia e ne restaurò, ele- 
mosinando, tre, quella di S. Damiano, di S. Pietro 
■e di S. Maria di Porziuncula; o forse la leggenda 
volle che fossero tre, per adombrare la creazione 
dei tre Ordini che fece poi, e la sola restaurata 
fu la prima Ma intanto continuava e perfezionava 
la restaurazione di sé medesimo. Gli parve sover- 
chio il cibarsi di ciò che il sacerdote di S. Da- 
miano gli preparava: oh perchè altri aveva in così 
misera occupazione a sciupare il tempo per lui? 
Si risolve quindi ad andare di porta in porta; e 
tutto quello che gli si desse, metterlo insieme in 
una scodella, e nutrirsi così. E andava attorno 
tuttora vestito da eremita, calzato, cinto alla vita 
da una correggia, colle bisacce sulle spalle, quando 
un giorno nella chiesa di S. Maria sentì leggere 
il Vangelo di S. Matteo, dov'è detto: « Non fate 
provvisione uè di oro né di argento né di moneta 
nelle vostre cinture: né di tasca per lo viaggio, 
né di due tuniche né di scarpe né di bastone; per- 
ciocché r operaio è degno del suo nutrimento. '> '' 
Alle quali parole egli sclamò, inebbriato d'incre- 



dibile gioia :^' « Questo è ciò che io desidero; ciò 
di cui io mi struggo nell'intimo del cuor mio. » 
E si scioglie i calzari ; gitta via il bastone; butta 
per terra le bisacce; caccia in malora il denaro, 
e contento d'una sola tunichetta di grossolano 
panno bigio, con un cappuccio a punta, a modo 
di pecoraio, ^^ e una corda alla cintura in luogo 
della correggia, smette ogni cura di sé, e senza 
altro pensiero che di Dio e dei poveri alla cui 
foggia s' era vestito, si consacra tutto all' idea che 
infine brillava di pienissima luce nel suo cuore e 
nel suo intelletto. ^^ 



VI. 



Si può ritenere che questo processo del suo 
,spirito, dal giorno ch'egli smise il viaggio di Pu- 
glia a quello che sentì le parole deirEvangelio di 
Matteo nella chiesa di S. Maria durasse tre anni, 
e che nel 1209 gli si chiarisse in tutta la via 



i<ua. 



60 



E qual'era? 

Quella comune a tutti coloro che si sono ispi- 
rati di Cristo; rifare l' uomo interno, spogliarlo di 
cupidigia e d'odio, infiammarlo dell'amor del pros- 
simo e di Dio, per salvargli l'anima. Gli ordini 
sociaU si rifarebbero quando l'uomo fosse rifatto; 
e saranno istrumento di giustizia e di pace, quando 
l'uomo avrà pace e giustizia nel cuore. 






82 



FRANCKSCO D ASSISI 



Francesco ebbe in breve compagni; prima da 
Assisi stessa, Bernardo di Quinta valle; poi da città 
circonvicine; e se la più parte povera gente, non 
però tutti; il primo, per esempio, era un agiato- 
signore. Il quale invitò una sera Francesco in casa 
sua; e lo vide levarsi da letto, quando credette 
ch'egli si fosse addormentato, e passare tutta la 
notte a pregare. Onde la mattina si risolse a di- 
ventargli compagno, e gli chiese consiglio di ciò 
che avesse a fare. E Francesco lo menò nella 
chiesa di S. Niccolò, vicino alla piazza d'Assisi; e 
genuflesso avanti l'altare aprì l'Evangelio tre volte;, 
e alla prima gli venne letto: — Se tu vuoi esser 
perfetto^ va\ vendi ciò che Ut hai e donalo ai 
poveri ;^^ - alla seconda: — Comandò loro che non 
prendessero nulla per lo viaggio; ^^ — alla terza : 
Se alcuno vuol venire dietro a me, rinneghi 
se stesso, e tolga la sica cì^oce e mi segua, ^ 

In questi tre precetti era contenuta tutta la ri- 
forma che Francesco intendeva introdurre. Ma se 
nel ricercare in essi la perfezione della vita cri- 
stiana molti fondatori d'Ordine avevano già pre- 
ceduto lui, egli si distingueva da tutti nel modo 
in cui intendeva effettuarli nell' Ordine suo. Anche 
altri avevano prescritto che i singoli membri del- 
l'Ordine facessero voto di povertà; ma lasciarono 
che r Ordine possedesse. Francesco volle che l'Or- 
dine stesso fosse povero. E si badi: ciò non voleva 
dire che dovesse posseder poco ; bensì che non doves- 
se posseder nulla. Né intendeva con ciò che il posse- 
dere o l'arricchire fosse illegittimo ; né questi poveri, 
consacrati a Dio, avrebbero avuto invidia a chi 
possedesse o fosse ricco o lo minacciavano. No> 



FRANCESCO d'assISI 



HH 



c'erano nel mondo necessariamente molli sprovvisti 
di tutto, i quali dovevano o col lavoro d'ogni 
giorno accattando campare la vita. Ebbene, se ce 
n'erano molti in cui questa era una necessità, voleva 
che ci fossero molti in cui questa fosse una ele- 
zione, e che ne creassero essi l'obbligo a se me- 
desimi. La povertà, volonterosamente accettata, 
eh' egli copriva d' ogni lode, e proseguiva col più 
ardente amore, era lenimento, nel sentimento suo, 
ed è davvero, della povertà necessaria. E l'una 
e l'altra creavano un dovere in cbi [)Ossedesse, 
il dovere dell'elemosina, ch'era V eredità e la 
giustizia dei poveri. «^ Però, questo dovere per 
parte dei ricchi s'accompagnava con un altro 
per parte dei poveri: di non chiedere la limosina, 
se non quando il lavoro non bastasse alla lor vi- 
ta;'-' poiché l'ozio è l'inimico dell'anima. '' Né il 
dovere nei possidenti di far l'elemosina creava 
nei poveri il diritto di esigerla. I suoi poveri vo- 
lontari, che non dovevano portare nulla seco, pro- 
prio nulla, potevano accettare ciò che si desse loro 
nella casa in cui giungevano, ma non pretendervi 
nulla; e cacciati via, non ricalcitrare, e schiaffeg- 
giati su una guancia porgere l' altra, e a chi vo- 
lesse levar loro qualche parte del lor vestimento, 
lasciare anche la tunica, pronti, non solo a dar 
via ciò che lor si chiedesse, ma anche a non ri- 
chiedere ciò che lor si togliesse. '" E non credersi 
mai in nessuna casa, come propria loro; non ap- 
l)ropriarsene nessuna mai né impedire altrui di 
occuparla. ^ E denaro, ad ogni modo, non accet- 
tarne mai, non chiederne mai, non averne mai 
sopra di sé; non prenderne a compenso del loro 

3 — Bonghi, Francesco d'Assisi. 



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34 



FKANCKSCO d'asSISI 



lavoro- non raccattarlo di terra neanche se lo 
trovassero per via, ma calcarlo coi piedi come 
polvere ch'esso sia. '' In somma, vivere aspettando 
cerni -iorno da Dio cui s'erano addetti per servi, il 
nutrimento (lua^giù che li sostentasse, ogni sera un 
tetto sotto cui ricoverarsi, e, dopo morte, il cielo. 



VII. 



Raccontano che Francesco fosse « in grande 
pensiero e dubitazione di quello che dovesse fare, 
ovvero d' intendere solamente ad orare ovvero al- 
cuna volta a predicare, e sopra ciò desiderava 
molto di sapere la volontà di Dio; e perocché la 
santa umiltà, eh' era in lui, non lasciava presumere 
<U <^è ne di sue orazioni, pensò di cercarne la di- 
vina volontà coir orazioni altrui. » '' Ma per vero 
dire non è verisimile ch'egli, sin dacché si propose 
il fine esposto più in dietro, non avesse anche ri- 
soluto di mescolarsi nel mondo, e di vivere, cosi 
diverso da esso, in mezzo ad esso. Le vie, che i 
monaci d'altri Ordini avevano ad evitare, chiusi 
ne' loro chiostri, erano appunto quelle che avreb- 
bero dovuto battere questi nuovi spirituali, i quali 
non avevano ne mensa iml)andita ne ricetto si- 
curo. '' Perciò, gli ebbe a chiamare non più mo- 
naci, cioè solitari; ma Fratelli e Minor?) perchè 
eran di quei minori dei quali Cristo parla nell'E- 
vangelio di Matteo, ai quali in nome di lui si deve 
^sse^re caritatevoli, ed egli terrà come fatta a se, 
la carità fatta a loro. "^ 

E quindi Francesco non tenne presso di se quelli 



FRANCKSCO d'assIST 



.S5 



«he si raccoglievano intorno a lui. Quando furono 
otto"^^ sette "^ o anche soltanto sei,^' appena in- 
somma ebbe un numero di compagni, che [lotesse 
mandare attorno in diverse parti ad un tempo, lo 
fece. A due a due, dovevano andare annunciando 
la pace agli uomini e la penitenza in remissione dei 
Jor peccati; la pace, cioè, cogli altri e con sé stessi. 
Poiché queste parole: — Il Signore vi dia la pace 
— eran quelle con cui egli cominciava ogni di- 
scorso. 

Dei frati mandati attorno ve n'eran parecchi 
in tutto rozzi e semplici. Ma egli non voleva che 
di questa lor semplicità si sgomentassero; era sem- 
plice anche lui. Il suo precetto rettorico era su- 
blime, e lo ripeteva a ciascuno nell'accomiatarlo: 
^ Jacta cogìtatum tuum in Domino^ et ipse te 
emitriet. » « Gitta il pensiero tuo nel Signore, ed 
egli ti nutrirà. » '^ Voleva nel parlare l'impeto di 
spirito. '" E un fratello semplice e non facondo, 
eìingiiis, ma buono e che ragionasse col cuore, lo 
stimava più adatto a raccogliere frutti sani e copiosi 
•dalla sua predicazione, che non un rehgioso il 
quale cercasse da questa piuttosto lode per sé che 
non la salute delle anime, e distruggesse colla 
pravità della vita quello che costruiva colla verità 
della dottrina. "^ 

A vedere così strani e nuovi {)redicatori, le po- 
polazioni delle città e delle campagne non ammi- 
rarono sulle prime, ma derisero. Parevano, dice un 
contemporaneo, uomini selvatici. "^ Ascoltati da po- 
€hi, erano beffati da' più. Come ingannatori e pazzi 
non si volevano accogliere nelle case; erano co- 
astretti a dormire per terra sotto i portici. Richiesti 



36 FRANCESCO d'ASSISI 

chi fossero, rispondevano: viri poenitevtmìes de 
civitafe Assisa oriundi : uomini penitenti oriundi 

d'Assisi.^ 



FRANCESCO d'asSISI 



37 



Vili. 

Francesco intese eh' egli non avrebbe distinta 
adi occhi dei popoli i suoi frati da altre fratellan- 
ze religiose, che avevan predicato povertà e pace 
e most7-ato gran fervore di spirito al pari di lui, 
se non avesse ottenuto il beneplacito dellautorita 
pontifìcia, e non avesse con questo difeso l'isti- 
tuzione sua dai sospetti dei popoli e dalle gelosie 
del Clero. I seguaci di Valdo, pure predicando il 
medesimo, erano stati riprovati dalla Chiesa trenta 
anni prima; e le si erano poi rivoltati contro. Egli 
prese dunque, cogli undici suoi compagni, la via di 
Roma; ma non vi trovò così agevole il conseguire 
r intento suo, come nella schiettezza del suo cuore 
avrebbe pensato. La curia non viveva senza so- 
spetto di coteste effervescenze spirituali. Non piac- 
ciono a nessun governo; e Roma è stata sempre 
un governo. Innocenzo III trovò troppo aspra e 
dura la vita che Francesco intendeva seguire lui 
ed obbligare i suoi a seguire. Ed eran certo piene 
di prudenza umana le parole che gli diresse: — 
Ts^oi crediamo che voi siate di tanto fervore, che 
non c'è da dubitare di voi; ma dobbiamo avere ri- 
guardo a quelli che vi seguiranno, che non paia loro 
troppo aspra cotesta via. Andate dunque, e pregate 



Dio, che vi riveli se quello che voi chiedete, è di 
gradimento suo. — Ma cotali entusiasmi, se nuoc- 
ciono quando esagerano, contenuti e rispettosi alla 
Chiesa, l'alimentano. Sicché Innocenzo, ripregato 
<1a Francesco, che volesse non lasciarli andar 
via sconfortati, dette licenza di predicare, a lui e 
ai frati suoi, che n'avessero avuta licenza da lui. 
E Francesco promise obbedienza e riverenza al 
Papa; e il Papa ordinò che i frati promettessero 
obbedienza e riverenza a Francesco. Nel venire 
a Roma, questi non aveva voluto né essere né 
apparire il capo dei frati suoi; aveva lor tatto eleg- 
gere per capo, cui egli e tutti obbedissero, Bernardo 
di Quintavalle. Ora, in ciò corresse Innocenzo III, 
genio di Principe, l'umiltà del santo. Volle che 
l'Ordine avesse a capo lui; e ch'egli guidasse, 
frenasse, correggesse i compagni. Lo volle garante. 
Ma nel rimanente, pur non abbandonandosi affatto, 
né dando per iscritto nessuna approvazione, ce- 
dette sin dove occorreva per farne saggio an- 
cora e sperimentarli; poiché egli era pur capo 
d'una fede, il cui Apostolo delle Genti ha scritto 
che « Iddio ha resa pazza la sapienza di questo 
mondo, » e che, siccome « il mondo non ha co- 
nosciuto Iddio per la sapienza, è piaciuto a Dio 
di salvare i credenti per la pazzia della predica- 
zione. » '^ E queste o simili sentenze ebbe Gio- 
vanni di San Paolo, cardinale di Sabina, a ricor- 
<lare al Pontefice perchè si piegasse; guardasse, 
l'ammonì, che a ricusarsi d'approvare la vita e 
i proponimenti di quei frati, non gli succedesse 
<li disapprovare insieme l'Evangelio. 



ili 



ili: 



38 



FRANCESCO D ASSISI 



IX. 



Ciò accadeva nel 1210/- Francesco non tor- 
nava da Roma in Val di Spoleto del tutto soddi- 
sfatto e sicuro. Ora seguono nove anni che paiono 
alla prima stranamente vuoti di tatti. La leggenda 
gli occupa con viaggi di Francesco in parecchie 
città dell'Umbria, predicando e facendo proseliti. 
E qual fervore accendesse colla sua parola e colla 
sua presenza ne son prova due nuove istituzioni 
che nascono sotto le mani di lui e per suo in- 
flusso. L'uno è l'Ordine delle Potere donne, cui 
s'ascrisse per la prima Chiara, leggiadra fanciulla 
di soli 18 anni.^ Nella vaga e pia fantasia essa 
si sentì allettata dalla vita di sacrifizio e di amore 
spirituale, che Francesco insegnava e praticava, e 
volle che la donna, che n'è cai)ace altrettanto e 
più, non ne fosse esclusa. L'altro (u l'istituzione 
dei Mantellati o Continenti o Pinzocheri, e più 
propriamente dei Fratelli e Sorelle della j^eni- 
tenza, che questo fu il nome, parrebbe, che Fran- 
cesco gli dette, quantunque per essere stato il 
terzo degli ordini istituiti da lui, furono \m co- 
munemente conosciuti sotto il nome di Terziari. ^* 
Quest'ultima lu dell'istituzioni sue quella di 
maggiore rilievo, quantunque senza le due prime^ 
dalfe quali si difì"ondevano gli esempi del sacrifi- 
zio eroico, non avrebbe potuto la terza ne nascere 
ne allignare. E la cagione dell'istituirle fu que- 
sta: che non tutti gU uomini potevano entrare 



FRANCESCO n*ASSISI ^^ 

nei frati minori, nò tutte le donne nelle suore 
povere; e bisognava trovar modo, che si potes- 
sero e uomini e donne dedicare al servigio del 
prossimo e di Dio, alla diff'usione della pace e 
dell'amore di Cristo, pur senza abbandonare le 
cure quotidiane della famiglia e la soddisfazione 
degli obblighi e degl'interessi mondani. Costoro 
avrebbero potuto, senza diventare religiosi, profes- 
sarne le virtù nelle proprie case. Si sarebbero 
astretti a vestire umilmente, a non assistere a ban- 
chetti e spettacoli disonesti, ad astenersi da taluni 
cibi e a digiunare, a talune preghiere, a confes- 
sarsi e comunicai^i ogni anno, a sentir la messa 
divotamente. Se non che in queste prescrizioni era 
bensì il vincolo religioso dell'istituzione; ma non 
s'intenderebbe da esse sole la ragione della sua 
forza. La quale, invece, si contiene in queste altre: 
nessuno potesse esservi ascritto se non cattoli- 
co, e se non s'obbligasse a restituire quello che 
avesse di non suo; nessuno dovesse portare armi 
addosso, ne impugnarne se non per la difesa 
della fede cristiana e della propria sua terra; nei 
tre mesi dall'ammissione ciascuno avesse a far 
testamento; tra i fratelli, tra le sorelle dell'ordine 
si dovesse metter pace, e così tra essi e gli estra- 
nei; causassero, più che potessero, di giurare; 
e si aiutassero ed assistessero nelle infermità ed 
accompagnassero alla sepoltura. Né tutta questa 
moltitudine di uomini e donne era lasciata senza 
governo. A' varii ufflcii, richiesti dal consorzio, 
erano deputati particolari ministri, eletti da lui 
stesso; ciascuno col giro dell'attribuzioni sue ben 
determinato e per un determinato tempo e non 



i 



i 



40 



FRANCESCO I) ASSISI 



FKANCKSCO d'assISI 



41 



mai a vita. Essi poi e i fratelli e le sorelle di cia- 
scun luogo in alcun posto religioso o in una chiesa 
avrebbero eletto Sacerdoti visitatori, che avrebbero 
esercitato l'ufficio delle visite una volta Tanno, 
ed ingiunto a ciascuno la salutar penitenza dei 
peccati che avesse commesso, o decretato, dopo tre 
ammonizioni, l'espulsione degl' incorreggibili. Ai 
ministri erano date facoltà non piccole; essi in- 
scrivevano nel consorzio ed esaminavano quelli che 
ne facessero dimanda; potevano dar licenza di por- 
tare d'impugnare armi; trattare la pace, quando 
l)aresse lor bene, tra i fratelli e gli estranei ; se i fra- 
telli le sorelle fossero offesi nei loro diritti o privi- 
legi da' rettori della città in cui aljitavano, cer- 
car modo coi vescovi di ottenerne loro soddisfa- 
zione; visitare i fratelli o sorelle infermi e de- 
nunciarne al visitatore le colpe. Chi s'ascriveva 
all'ordine, vi rimaneva, per parte sua, obbligato 
a vita; ma chi ammonito o castigato tre volte 
non si correggesse, n' era cacciato, e il suo nome 
notificato all'intera conareaazione. ^"^ 

Ora, di queste due istituzioni, quella delle po- 
vere donne ebbe forma nel 1212; ed io credo che 
quella dei terziari l'avesse prima del 1219.^ 



X. 



Nel quale anno si appalesò che vigoria avesse 
acquistato l'Ordine in questa nuova preparazione 
di nove anni; preparazione fatta colla preghie- 
ra e colla predicazione, ed allargando via via, 



C-olla purità della vita e l'ardore dello spirito, il 
credito dei fratelli tra le plebi delle città e delle 
campagne. Difatti, in quest'anno Francesco tenne 
non già il primo capitolo dell'Ordine, ma il primo 
di cui resta chiara memoria, e dove apparve che 
grandezza l'Ordine avesse già acquistata. Poiché del 
rimanente sin da quando egli aveva ottenuto dal- 
ral)ate di san Benedetto di Subasio la cappella di S. 
Maria di Porziuncula giù nella valle alle radici del 
monte, aveva ordinato che vi si facesse capitolo 
due volte l'anno, la Pentecoste e la dedicazione 
di San Michele, nel maggio cioè e nel settembre; 
e quivi infervorava, ammoniva, istruiva i seguaci 
suoi, ed assegnava a ciascuno il posto del suo 
lavoro. " 

Nel 1219 concepì ed effettuò più larghi dise- 
gni. Mandò frati minori non più soltanto per le Pro- 
vincie d'Italia, ma in Germania, in Ungheria, in 
Spagna ed in altri luoghi ancora, né tutti perven- 
nero. E non gli mandava soli. Sapendo quanta 
guerra e di buona e di mala fede si sarebbe lor 
fatta in paesi, dove giungevano nuovi e forestieri 

— poiché erano italiani la maggior parte, anzi in 
questa prima missione oltremonte pressoché tutti 

— ottenne da Onorio III, succeduto già da tre 
anni ad Innocenzo III, una lettera in data dell' 11 
giugno 1219 a tutte le autorità ecclesiastiche del 
mondo, con cui li guarentiva per cattolici e fedeli. ^"^ 

Noi non e' immagineremmo mai, come questi 
frati eran mandati; pure, non v'è migliore e mag- 
giore indizio della fiamma di fede e d'amore di 
questi poverelli, e di chi li mandava, se non ap- 
punto questo tentare l'impresa senza essere prov- 



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42 



francb:sco d assisi 



visti di nessuno addirittura dei mezzi umani atti. 
a riuscirvi. I frati che furono mandati in Fran- 
cia, interrogati se fossero Albigesi, non intendendo- 
che cosa mai fosse AWigesi, rispondevano di sì, 
poiché non sapevano che questo era nome d'ere- 
tici; sicché furono rii)Utati per tah davvero. In 
Germania ne andarono circa settanta o piìi con 
Giovanni ,da Penna Marchigiano; "^ anch'essi, s'in- 
tende, ignoravano la lingua, ma visto che rispon- 
dendo ?'«, avevano ricovero e cibo, si risolsero di 
rispondere con questo stesso monosillabo a qua- 
hmque dimanda. Ora qualcuno domandò loro, se fos- 
sero eretici e venuti, per questo, ad infettare la 
Germania come avevano pervertito la Lombardia, 
e, poiché essi risposero ia^ furono chi incarcerato,, 
chi messo nudo in berlina. Ai frati mandati in 
Ungheria incolse peggio. I contadini quando li 
vedevano per le campagne, se ne burlavano, e 
sguinzagliavano lor dietro i cani, e li punzecchia- 
vano colle lancio. I frati dicevano fra di sé: « Oh 
perché ci trattan così ?» ; e un di loro pensò che 
il motivo potesse essere, che volevano le lor tu- 
niche di sopra; e gliele dettero. E poiché i pa- 
stori non cessavano dal dar loro noia, un altro 
credette che volessero anche le tuniche di sotto; 
e gliele dettero. Ma neanche con ciò quelli 
smettevano: « Oh sarà, disse un terzo, che vo- 
gliono anche le nostre brache; » e gliele dettero. 
Così nudi furono lasciati andare. Un frate raccon- 
tava che gli furon tolte le brache quindici volte; 
sicché per averne un paio addosso, prese il par- 
tito d'insudiciare tutte di fango e sterco quelle 
che gli eran rimaste, per modo che a nessuna 



FRANCESCO I)' ASSISI 



4.'^ 



venisse voglia di ritorgliele; ed in effetto, così 
sudicie gii furon lasciate. '^ 

I frati ebbero a tornare da ogni parte in Italia. 
Ma Fi-ancesco ebbe un grandissimo conforto. Cinque 
dei frati mandati in quell'anno stesso o prima 
nella Spagna, nel Marocco, dove tragittarono, ri- 
masero martiri della fede, per le mani stesse del 
re che troncò loro il capo. ^^ Questi parve a Fran- 
cesco che fossero davvero i primi cinque suoi fra- 
telli minori. E volgendosi dalla parte verso cui 
era posto il convento d'Alenquer, donde erano par- 
titi per il Marocco, esclamava: « Casa santa, terra 
consaci'ata, tu hai offerto al re del cielo cinque bei 
fiori purpurei d'un odore fragrantissimo. casa 
santa; che tu sia semi)re abitata da santi ! 'S> E 
concepì il desiderio d'andare nel Marocco lui stes- 
so, e si mosse; ma una malattia gì' impedì di con- 
tinuare il viaggio, e lo forzò a tornare a casa. ^^ 
Se non che l'intenzione gliene rimase; e l'effettuò 
presto. 



XI. 



Nel 1217 un' altra crociata, la quinta, era prin- 
cipiata. Onorio III era riuscito a spingere Andrea II 
d'Ungheria alla liberazione di Terra santa. Ma quan- 
tunque questi avesse sulle [prime qualche prospero 
successo, pure il tradimento e l'inerzia dei baroni 
cristiani di Palestina, furon [causa ch'egli dispe- 
rasse delh riuscita e tornasse nel suo re^no. Leo- 






44 



FKANCESCO D ASSISI 



FRANCESCO 1) ASSISI 



4r> 



poldo d'Austria rimase, e intraprose insieme col 
Re Giovanni di Brienna una spedizione in Egitto, 
per fiaccare nella sua sede stessa il potere che 
aveva riconquistata la Terra santa e la teneva 
soggetta. Approdati il 29 maggio del 1218 a Da- 
iriieìta, ne presero d'assalto la cittadella il 28 agosto, 
e la città stessa il 5 novembre 1219, ma non vol- 
lero accettare ne una prima volta ne una seconda 
patti favorevoli di pace, che soprattutto il legato 
Pontificio vi s* opponeva ; e mentre si proponevano 
<ìi penetrare oltre nell'Egitto, circondati dalle forze 
ileirinimico, dopo combattimenti durati più gioi'ui, 
.si videro costretti il 28 agosto del 1221 a chiedere 
pace essi alla lor volta, e ad abbandonare, per ot- 
tenerla, l'unica lor conquista, Damietta, se vollero 
i pochi sopravvissuti rivedere la patria. ^-^ 

La fama delle vittorie de' Cristiani, e la speranza 
di compiere colla virtù della predicazione la scon- 
fitta del Maomettanesimo, cominciata, speravano, 
colle armi, indussero Francesco d'Assisi a ritentare 
la prova della conversione degl'infedeli. Già era 
stato mandato in Asia, e n'era tornato frate Elia, 
quello stesso, che dopo la morte di Francesco, più e 
meglio operò per dar fondamento e sicurezza all'Or- 
dine, ma che, come volle con consigli temperati da 
prudenza umana correggerne gli entusiasmi e gl'im- 
peti divini, n'ebbe tanta guerra che fu costretto 
ad uscirne. Sino a che frate Elia era rimasto in 
Oriente, o che vi fosse stato mandato nel 1219 o 
prima, ^' vi aveva esercitato ufficio di ministro pro- 
vinciale. Però quanti frati avesse menato seco, e 
<^he frutto avesse fatto tra gl'infedeli, non e' è detto ; 
bensì che vi trovasse Cesario da S[)ira, un uomo 



di molta dottrina ed esemplarità di vita, e lo per- 
suadesse a ritornar seco in Europa ed entrare nel- 
l'Ordine;^ il che non riuscì a bene ne dell'uno ne 
dell'altro; che Frate Elia ebbe a mettere in car- 
cere Fra Cesario, j)erchè gli si voltò contro e di- 
venne uno dei suoi maggiori nemici; e Fra Cesario» 
vi fu freddato con un colpo di bastone nel capa 
dal frate cui n' era stata commessa la custodia, en- 
trato in sospetto ch'egli volesse fuggire. ^^ 

Ma torniamo a Francesco, in cui compagnia 
si sta meglio. Per l' Oriente egli partì verso la 
fine del 1219 o il principio del 1220, portatovi 
solo, di certo, dall'ardore di spirito che lo con- 
sumava. '"^ Quando gli era stata data notizia del 
martirio dei suoi cinque frati al Marocco, e si volle 
leggergliene la storia, in cui era lodato anche lui, 
e vide che gii altri frati ne godevano e se ne glo- 
riavano, ordinò che la lettura si smettesse, e quella 
storia si lasciasse da parte, dicendo : — Ciascheduno 
si glori della passione sua e non dell'altrui. — E 
ora andava incontro alla passione sua. 

Noi non sappiamo quale via prendesse per giun- 
gere in Egitto; ma sappiamo il modo che tenne, 
una volta giuntovi, per arrivare innanzi al Sultano, 
ch'era allora Alkamil, uomo d'indole mite ed in- 
clinato come suo padre Aladil, morto il 31 agosto 
1218, a non inasprire le contese coi cristiani, ma 
a raddolcirle. ^^ Francesco, adunque, si gitta in una 
barca, accompagnato da Pietro Cataneo^ ^'^^ e tra- 
versa il Nilo. Sbarcato, è ingiuriato, battuto, vili- 
peso da ogni parte. Egli come i suoi frati in Ger- 
mania o in Ungheria, ignorava la lingua: sicché 
per indicare chi volesse, badava a gridare: Soìdan^ 



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FHANCKSCO D ASSISI 



FRANCKSCO D ASSISI 



47 



Soldan, E il Sultano, quando se lo vide venire 
davanti, forse sapendo chi egli era e in quanta ve- 
nerazione fosse tra i cristiani, lo accolse con onore 
e lo trattò umanamente. Ma a breve andare Fran- 
cesco, persuaso che non avrebbe fatto nessun frutto, 
ritornò al campo dei cristiani ^^- tra i quali rimase 
insino a che non ebbe a disperare che l'impresa 
riuscisse. ^^'^ 

E forse ripartì più sollecitamente che non avreb- 
^be voluto; poiché gli vennero d'Italia notizie non 
buone. Egli vi aveva lasciato a vicari dell'Or- 
dine frate Matteo di Narni e frate Gregorio di Na- 
poli, il primo a S. Maria della Porziuncula a ricever 
novizi, il secondo, perchè girasse l'Italia a conforto 
dei frati sparsi per essa. Ora fra ^Matteo introdusse 
alcune novità nella regola; volle che i frati s'aste- 
nessero dal procurarsi della carne, nei giorni che 
era lecito mangiarne, e non ne mangiassero, se 
non fosse stata offerta loro dai fedeli. ^'^^ Ancora, un 
frate Filippo, visitatore delle donne povere, era 
entrato in una gara contro alcuni che avevano lor 
fatto offesa e danno, e per vincerla aveva impe- 
trato lettera dalla sede apostolica, mentre Fran- 
cesco voleva in ogni cosa riuscire non per forza 
di giudizio, ma di umiltà. Infine un padre Giovanni 
di Capei la o di Carapello aveva raccolta gran mol- 
titudine di lebbrosi, uomini e donne, e s'era pro- 
posto di creare un nuovo Ordine. E queste pertur- 
bazioni non eran le sole. Ora, un frate laico, senza 
chiederne licenza ai vicari, si partì d'Italia; e an- 
•dato in Egitto, partecipò a Francesco, come e vi- 
cari e frati in tutta Italia introducevano novità 
«e perturbavano l'Ordine. Ond'egli presi seco Pietro 



^1 



Cataneo che l'aveva accompagnato, e frate Elia e 
frate Cesario, che dovevano esser ritornati in 0- 
riente dopo l'andata di lui, e altri frati, ritornò 
in Italia, e sentite le cause de' turbamenti, se n'andò, 
non incontro a quelli che li cagionavano, ma da papa 
Onorio III. Senza cercargli udienza, l'aspettò quan- 
do usciva; e appena lo vide dinanzi a se: —Padre 
Papa — esclamò — il Signore ti dia pace. — Ed il 
Papa : — Iddio ti benedica — rispose — o figliuolo. 
— E Francesco riprese : Tu sei grande e impedito 
spesso da grandi affari; i poveri non hanno sem- 
pre modo di giungere sino a te, ne di parlare teco. 
Dammi uno, un papa mio, con cui, quando io ne 
abbia bisogno, io possa parlare; che in tuo luogo 
possa sentire la causa mia e dell'Ordine. — E il 
Papa: — Chi vuoi tu, figliuolo, che ioti dia? — Il 
cardinal d'Ostia. — Gli fu conceduto. Questi era il 
cardinal vescovo Ugolino, nipote d'Innocenzo III, 
-che fu poi Gregorio IX. A lui riferì Francesco ciò 
che accadeva nell'Ordine suo. Ottenne che frate 
Giovanni fosse cacciato di curia: e la lettera ot- 
tenuta da frate Filippo revocata. ^"^^ 

E indisse per la Pentecoste un capitolo alla 
Porziuncula. Il rivederlo tornato d'Oriente, dove 
chi l'aveva creduto morto, chi ucciso, chi annegato, 
^ra il desiderio di tutti i frati. E a' capitoli prende- 
vano allora parte tutti, così i professi come i novizi. 
E se ne raccolsero ben tre mila.^^ Non s'erano prov- 
visti di nulla. Ma i popoli circostanti fornirono loro 
lutto ciò di cui avevano bisogno, con tanta abbon- 
danza, che n'ebbero persino a rifiutare nei due ul- 
timi giorni. Vivevano sparsi per la pianura. «I letti 
loro si era la piana terra, e chi avea un poco di 



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FRANCESCO I) ASSISI 



paglia. I capezzali si erano o pietre o ìeirni. » I 
tetti di graticci e di stuoie, e distinti per torme, 
secondo Irati di diverse provincie, e però si chia- 
mava quel Capitolo il Capitolo dei graticci o delle 
stuoie. ''*' « Non si udiva in tanta moltitudine ninna 
parlare tavole o bugie, ma dovunque si raunava 
una schiera di Irati o eglino oravano o eglino di- 
ceano officio o piagneano i peccati loro o dei lo- 
ro benefattori o della salute delle anime. Per la 
qual cagione si era tanta divozione di loro, a chiun- 
que gli udiva vedea, e tanta la fama della loro 
santitade, che dalla corte del Papa ch'era allora 
a Perugia, e dalle altre terre di Valle di Spoleto 
venivano a vedere molti Conti, Baroni e Cavalieri 
e altri gentili uomini, e molti popolani e Cardinali 
e Vescovi e Abati e con molti altri chierici per 
vedere quella così santa e grande Congregazione 
e umile, la quale il mondo non ebbe mai di tanti 
uomini insieme, e principalmente venivano a ve- 
dere il Capo e Padre Santissimo di quella santa 
gente, il quale avea rubato al mondo così bella 
preda e raunato cosi bello e divoto gregge a se- 
guitare l'orme del vero Pastore Gesù Cristo. > '*** 

Francesco si giovò di questo fervore che vedeva 
intorno a sé, per riproporre una missione in Ger- 
mania. Era il settimo giorno in sul finire, quando 
egli, che faceva per l'estrema debolezza sua parlare 
frate Elia in sua vece, lo tirò per la tonaca e gliene 
manifestò il pensiero: e frate Elia disse: « Fratelli,, 
qui il fratello — e questo nome era dato per ec- 
cellenza a Francesco — dice: v'ha una regione, la 
Teutonia, in cui havvi uomini cristiani e devoti 
che spesso, come sapete, passano per le nostre terre 



FRANCESCO D'asSISI 



40 



con lunghi bastoni e grossi ceri, cantando le lodi 
di Dio e dei suoi santi, coperti di sudore, a' raggi 
del sole. Ora, poiché alcune volte si son mandati 
fratelli tra loro, e ne sono tornati malconci, il fra- 
tello qui non costringe nessuno ad andare tra di 
loro, ma quelli che ispirati da zelo di Dio e delle 
anime vogliono andare, a costoro egli vuol dare 
un'obbedienza, come quella che è data a chi va 
oltre mare, anzi più larga; sicché, se vi sia chi 
vuol andare, si levi e si metta da una parte. » E si 
levarono novanta. Francesco nominò a ministro 
frate Cesario da Spira; e gli dette facoltà di sce- 
gliersi tra i novanta chi volesse. E qui il testimo- 
ne di questa scena racconta d'essere stato scelto 
lui stesso, quantunque non si fosse levato su, e non 
avesse di nulla maggior paura che di trovarsi tra 
gli eretici di Lombardia o i Tedeschi, temendo che 
quelli colle seduzioni, questi colle minacce feroci 
non l'avessero ad alienar dalla fede. Se non che, 
curioso di conoscere quelli che sarebbero, a pa' 
rer suo, diventati martiri, poiché era ancora do- 
lente di non aver conosciuto se non di nome i cinque 
ch'erano stati martirizzati in Spagna, si accostò a' 
Frati che s'erano rizzati in piedi, per domandare 
a ciascuno chi era e di dove, a fine di poter dire: 
^ Quello io lo conobbi e quello anche. » Ora, men- 
tre egli era in questa ricerca. Frate Cesario passa 
per fare la cernita, e checché dicesse e facesse, lo 
volle seco. '^ 



4 — Bonghi, Francesco d'Assiai. 



^4 
1^ 



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FRANCESCO I) ASSISI 



FRANCPJSCO D ASSISI 



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XII. 



Pure, in questo olorioso capitolo, ''' Francesco 
si dimise da Generale, e fece nominare in sua vece 
il suo compagno di Egitto Pietro di Cataneo. Oh 
perchè? È uno dei fatti più certi e men ripetuti, 
anzi nascosti, da quelli che n'hanno scritta la vita 
a' tempi nostri. "' Egli era infermo: ma oltre la de- 
bolezza del corpo, gli era entrata, pare, nell'animo 
una certa stanchezza, se non s' ha a dire sfiducia. 
Ci rimane di lui una triste meditazione. « Certuni, 
vi dice, di voi, frati, si maravigliano e mi chiedono 
l^erchè io non corregga i difetti dei frati. A' quali 
perdoni Iddio, poiché mi sono contrari e nemici 
f^. vogliono implicarmi in cose che non riguardano 
l'ufficio mio. Giacche sino a che io fui eletto ad 
un ufficio di governo sui frati, haòui praelatioms 
officmm super fratres, ed essi persistettero nella 
vocazione e professione loro, quantunque sin dal 
principio della mia vocazione io fossi stato infermo, 
pure con poca mia sollecitudine vi bastavo cogli 
esempi e colle predicazioni. Ma poiché ebbi consi- 
derato, che il Signore moltiplicava il numero dei 
frati, ed essi per la tepidezza ed inopia di spinto 
cominciavano a scostarsi dalla via retta e sicura, 
per la quale erano stati soliti di camminare, e pro- 
cedendo per una via più larga che conduce a morte, 
non badavano alla lor vocazione e professione ne 
al buono esempio, e non volevano abbandonare la 
via pericolosa e mortifera in cui s'erano messi... 
io mi risolsi di raccomandare a Dio e a' ministri 



la presidenza e il governo dell'Ordine. » Ed eran 
passati soh 12 anni dall'istituzione! E viveva lui! 
Però, se si dimise dal governo dell'Ordine, non 
ne abbandonò la cura. Le missioni fallite del 1219 
gli avevano mostrato che senza maggior guarenti- 
gia del fine proseguito dai frati suoi, non si sareb- 
bero levati i sospetti delle popolazioni. La lettera 
di Onorio III non era bastata. Occorreva l'esplicita 
conferma dell'autorità pontificia. Sicché si risolvette 
egli a condursi da capo a Roma, e quivi guidato dal 
suo Cardinal Protettore davanti ad Onorio e ai Car- 
dinali, predicò senza preparazione per impeto di 
spirito; e tanto li commosse ed inebriò, che infine 
Onorio III s'indusse ad approvare con bolla del 30 
gennaio 1223 la regola presentatagli dal Santo. 
Eran bisognati quattordici anni; e l'approvazione 
pontificia veniva quando in parte l'alito dei primi 
tempi pareva a Francesco stesso che cominciasse 



a venir meno. 



112 



XIII. 



Dall'approvazione della sua regola, che suggel- 
lava l'esistenza dell'Ordine suo alla morte passaron 
•soli tre anni ed otto mesi. Nel 1224 egli tornò Ge- 
nerale dell'Ordine, poiché nel 2 marzo di quell'anno 
Pietro di Cataneo morì. "^ Ma si creò un Vicario 
Generale in frate Elia, "^ perchè egli si sentiva già 
ammalato di molto; e nei due ultimi anni di sua 
'vita, ad altri e parecchi malanni, onde il corpo suo 



52 



FRANCESCO d'ASSISI 



era scouquassato da ogni parte, si aggiunse una. 
grave malattia d-occhi, che non aveva mitigazione- 

ne rimedio. "^ , 

E<rli aveva, secondo la stessa sua parola, pec- 
cato molto contro il suo fratello il corpo : multum 
peccatum in fratrem corpus. - Poiché anche, 
questo ch'egli aveva voluto e fatto tutto obbediente 
all'anima sua, noi disprezzava ne l'aveva in od.o, 
come un mistico orientale, ma lo considerava, 
non suo nemico bensì suo compagno. La carne, la 
causa d'o-ni turbamento dello spirito, non rompeva, 
econdo hii, rarmoma in cui tutto J"nh^-« ap- 
pariva alla sua mente e al suo cuore, ^ella unita, 
n cui eeli stesso fondeva ogni cosa, o anima a o 
nanimaia che fosse, il suo spirito si affratellava 
con tutte- non ve n'era alcuna che non chiama^^e 
ftàtello sorella. >- Chiamava sorella la cenere che 
Imitava ne' cibi, ogni volta che era a desinare solo 
S frati per aufstarne il gusto. - Eran fratelli 
u" i gU 'uccelli,^! fiori, i vermi, i sassi; sorelle sue 
le necore le colombe, le allodole, le cicale, le viti, 
le Se 'fratel suo il «ferocissimo lupo di ..gob- 
bio >> "" E tutto era vivo per lui ; e tutto amava. 
11 ^erme che trovava sulla strada, si leceva scru- 
polo di calpestarlo; si chinava a prenderlo, per 
Tosarlo dovi gU paresse piìi sicuro <^al -o Piede 
e dall'altrui. Kon era nuovo nella m.ssion cnstiana 
anz? antichissimo il sentimento che la primitiva 
concordia della natura, quella per cu. innanzi al 
peccato ogni creatura obbediva all'uomo e ques i 
aveva l'inteUigenza dell'intima "f "[^ ^;^f J ^^^J^ 
potesse e dovesse restaurare avanti ali "«"«^/j^'^^ 
nuocente e per opera sua; e che in questa un 



i 



FRANXESCO D ASSISI 



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91 



I 



Tiovata unità primigenia, tutto ardesse dell'amore 
di Dio e ne cantasse la gloria. Però, non credo 
che un sentimento siffatto si sia mostrato in nes- 
.suno più largo e profondo che in Francesco d'As- 
sisi; di nessuno abbia investito piii e meglio l'in- 
telletto e il cuore. Sicché in lui diventò ancora 
motivo d'una creazione poetica; si trasmutò di sen- 
timento in concetto e in fantasma. Noi non sap- 
piamo in che anno e momento della sua vita suc- 
cedesse, non già che ei si sentì poeta, poiché poeta 
fu sempre, ma ritrovò, per il primo, nella lingua 
del popolo, con cui s'era mescolato e confuso, pa- 
role adatte ad esprimere questo pensiero di armo- 
nia e fratellanza universale, che giaceva nel più 
intimo dello spirito suo, e lo dirigeva in ogni suo 
atto. Ma, certo, un giorno, dette alle sue parole 
così come gli prorompevano dalla bocca, forma di 
ritmo, e le dettò, in un momento d'ispirazione, 
<i Lefrate onardo. ^^ Ed è un canto sublime quan- 
tunque rozzo nella sua forma. Iddio campeggia, 
alla mente del poeta, solo nella natura e sopra di 
essa ; ma questa, in ogni sua parte, abbonda tutta 
di vita innanzi a Lui, perchè Egli è il fine dell'uomo 
al cui bene la natura stessa è ordinata. Poiché 
niente é nella natura che all'uomo non giovi; cia- 
scuna cosa in essa, fornita d'anima o no, é affra- 
tellata con lui ; é frate il sole che « lo giorna et il- 
lumina per lui » ; suore la luna e le stelle, che « hai 
formate dare et belle » ; frate « il vento e l'aire 
« et nuvolo et sereno et omne tempo, per lo quale 
« dai alle creature sostentamento » ; suora l'acqua 
« molto utile ed umile e preziosa e casta » ; frate 
il foco « bello e giocondo, per lo quale tu allu- 



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FRANCESCO d'ASSISI 



FRANCESCO D ASSISI 



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mini la notte » ; madre la terra « la quale ne so- 
stenta e governa e produce diversi frutti e colo- 
riti fiori ed erbe. » Da tutte le quali creature vien 
lode a Dio, e ancora dagli uomini che « perdonano 
per lo tuo amore et sosteneno infirmitate e tribu- 
latione » ; che « da te ahissimo serano incoronati » ;. 
e altresì dalla 

sor nostra morte corporale 

Da la quale nullo homo vivente pò scampare ; 

però 

Guai a queli que more in peccato mortale 

Beati queli que se trovano ne le toe sanctissime voluntate- 

Che la morte secunda non li potrà far male. 

Onde conchiude, dirigendosi all'universo mondo : 

Laudate e benedicite mio Signore e ringraziate; 
E servite a lui con grande umilitate. '^^ 

Le virtù, che Francesco prediligeva nell'uomo, la 
pazienza nelle tribolazioni, l'amor della pace, l'u- 
miltà, esh le associa con tutto il concerto che dalla 
naturarsi eleva a Dio; perchè con quelle l'uomo 
entra a far parte di questo, e leva alla morte la. 
facoltà e il modo di turbarlo. 



XIV. 

Gli occhi, diceva, gli s'erano ammalati dal 
troppo piangere. Sin dai princìpi della sua con- 
versione fu incontrato per via, che piangeva. — 
Che cosa piangi, gli fu domandato? — Io piango^ 



rispose, la passione di Cristo, per la quale non mi 
dovrei vergognare di andare lagrimaudo per tutto 
il mondo. E l'altro prese a piangere ad alta voce 
anche lui. ^^^ 

Qui ci dobbiamo fermare; dobbiamo procurare 
d'intendere. Francesco non era malinconico; anzi 
ilare. ^^^ Un giorno, un frate scendeva d'Assisi colla 
limosina, e andava ad alta voce lodando Iddio 
con grande allegrezza. E Francesco.. « con gran- 
dissimo fervore ed allegrezza andò a lui... e con 
gran letizia... gli tolse la tasca con la limosina, e 
portolla nella casa dei frati, e innanzi ai frati 
disse così: — Benedetto il mio frate, che va alla 
cerca, e torna allegro colla limosina ». — Un' altra 
volta visto un frate tristo nel viso, gli ebbe a dire: 
— « Dinanzi a me e agli altri dimostra sempre aver 
letizia; perocché al servo di Dio non si conviene 
mostrare tristizia e tribolata faccia. » ^^^ — E nella 
sua regola v' ha questa prescrizione ai frati : 



Si guardino di non mostrarsi tristi di fuori, rannu- 
volati ed isparuti, anzi si mostrino allegri nel Si- 
gnore, ilari e convenevolmente graziosi. ''^ 

Adunque, non era effetto di natura cotesto 
piangere^ bensì d'una commozione profonda. Era 
una commozione d'amore per il Redentore del- 
l'uomo; di gratitudine al sacrifizio inenarrabile 
fatto da un Dio per salvare lui e tutta la natura 
dalla decadenza e dalla morte. Chi non ha la con- 
vinzione che questo sacrifizio sia stato consumalo, 
non può sentire gU effetti ch'esso produce in chi 
l'abbia; ma può, mi pare, intenderh o almeno im- 
maginarli. E chi non può, n'accagioni la povertà 
sua di spirito. 



56 



FKAMCESCO d'ASSISI 



Francesco visse ])noija parte dei due ultimi suoi 
anni nella casa che il conte Orlando gli aveva 
costruito suir Alvernia, il crudo sasso intra Te- 
vere ed Arno. Vi s'era ritirato per vivervi rac- 
colto e tranquillo; e sottrarsi alla l'olla, che ac- 
correva da ogni parte a vederlo, a fargli onore, 
a impetrare da lui benedizioni e miracoli. Voleva 
attendervi a Dio, ed astergersi da ogni polvere, 
se per caso gliene restasse attaccata dall'avere 
praticato tra gli uomini. Condusse seco assai pochi 
Irati, la cui vita santa era a lui ancora più nota 
che agli altri; e s'era proposto di passare i pochi 
giorni che ancora gli desse il Signore, contem- 
plando e meditando. Voleva che il suo spirito si 
sprofondasse e s' infervorasse in quel mistero d'a- 
more che egli sentiva in Dio, e con lui e per lui 
neir universo. 

Noi abbiamo due altre sue poesie uscitegli dal 
cuore in quei giorni. ^'-^ L'amore spirituale non ha 
mai parlato con più intenso e più fiero vigore; 
e si sa che mostra tratti talora non diversi da ogni 
altro amore. In un punto, l'impeto lirico s'inter- 
rompe; e Cristo interviene a biasimare e conte- 
nere un amore così pieno di spasimo e senza freno. 
Ordina, così dice all' anima, questo amor tuo : non 
v'ha virtù senza ordine. E l'anima, a cui il rim- 
provero sa d'ingiusto, risponde: 

Cristo, lo core sì tu \\\ hai furato, 

E dici che ad amare ordin la mente 

So ben questo, che s' eo sum impazzito, 

Tu, summa sapientia, me T hai fatto 

se e' è fallanza. 

Amor, r è tua, non mia, 



FRANCESCO D'asSISI 57 

Però che questa via 

Tu la facesti, amore. 
Tu da r amore non te defendesti. 

Di cielo in terra elio te fé venire ; 

Amore, a tal basseza descendesti, 

Com' uom despecto per lo mondo gire: 

Ne casa ne terre jam non volesti, 

Tal povertate per nui arricchire 

Coni' ebrio per lo mundo a spasso andavi. 

Amor te menava, com' hom venduto 

Con sapientia non te contenesti, 

Ch'el tuo amore spesso non versasse 

Ora questi versi spiegano davvero, come a 
Francesco pareva, la fiamma d'amore che lo strug- 
:geva. Questa gli era accesa da un altro amore di 
infinita comprensione e forza che il suo non po- 
teva, pure struggendolo in tutto, pareggiare. La 
sua natura umana si doveva e si voleva consumar 
tutta nello sforzo, la cui riuscita pur sentiva im- 
possibile, di agguagliare col sacrifizio di un uomo 
\m sacrifizio d'un Dio. Ond'egli descrive bensì a 
tratti, finamente e sublimemente, lo stato in cui era; 
per esempio, nella strofa 18: 

Sappi parlare; bora sum facto muto: 

Vedeva e mo sun ceco deventato: 

Sì grande abisso non fu mai veduto. 

Tacendo parlo; fuggo et sum ligato; 

Scendendo salgo; tengo et sum tenuto; 

De for sum dentro; caccio et sum cacciato; 

Amore smesurato, 

Perchè me fai 'mpazzire, 

E in fornace morire, 

De sì forte calore? 

Ma infine si stanca; alla passione la parola 



II 



58 FRANCESCO d'ASSISI 

vien meno; e prorompe in esclamazioni che s'af- 
follano e s'incalzano: 



Amor, amor, Jesu, son giuncto a porto; 
Amor, amor, Jesu, tu m'hai menato; 

Amor, amor, Jesu, dà me conforto; 

Amor, amore grida tutto il mundo 

Amor, amor, sempre ogni cosa clama: 

Amor, amore, tanto sei profundo, 

Chi più t'abbraccia, tanto più t'abrama. 

Amor mio dilettoso. 

Annega me in amore: 



e finalmente, poiché io non ho trascritto qui di 
queste esclamazioni se non la molto minor parte, 
termina pregando: 

Jesu, speranza mia, 
Abissame in amore. 

Era naturale e necesssario, che questa calura 
per usare una sua parola, ne liquefacesse le mem- 
bra. E diventano, infatti, così tormentosi i suoi 
mali che, domandato, da un frate, quale sofferenza 
avrebbe prescelta, quella così lunga che lo consu- 
mava, quella che gli avesse inflitto un carne- 
fice per grave che fosse, egli rispose: — Quello 
mi è stato sempre e m'è più caro, dolce ed ac- 
cetto che mi manda Iddio: ma in verità, anziché 
patire tre giorni come fo, mi torrei qualunque 

martirio. ^" 

A mala pena, frate Elia lo persuase a curarsi 
col ricordargli il passo della Scrittura: L'Altissimo 
ha creato dalla terra la medicina; e il savio non 
la luggirà. Onde scese dall' Alvernia; e fu a Rieti 
e a Siena per curare gli occhi; niente giovò; anzi 



FRANCESCO D ASSISI 



in Siena tutto il resto della persona cominciò a 
venir meno; l'ovinato lo stomaco dall'infermità 
lunga, guasto il fegato, un giorno, di giunta, vo- 
mitò gran copia di sangue. Si vide che la mor- 
te s'avvicinava; e sopravvenne, in realità, il 4 
ottobre del 1226, ma non prima ch'egli si fosse 
fatto ricondurre a S. Maria della Porziuncula Era il 
luogo dei suoi primi passi nella via, in cui era 
andato poi tanto innanzi, il luogo a lui diletto, e 
del quale diceva a' suoi frati : — Badate, o figliuoli, 
a non lasciarlo mai questo luogo. Se ne siete cac- 
ciati da una parte, rientratevi dall'altra; perchè 
questo luogo è santo ed abitazione di Dio. Qui,, 
quando eravamo pochissimi, Iddio ci accrebbe: qui 
colla luce della sua sapienza illuminò i cuori dei 
suoi poveri; qui, col fuoco dell'amor suo, accese 
la volontà nostra; qui, chi avrà pregato con cuore 
devoto, otterrà quello ch'egli avrà chiesto, e se- 
pecca, sarà punito più gravemente. ^^^ — E fu in 
questo luogo diletto ch'egli morendo diresse a* 
frati tutti queste ultime parole: — Addio, figliuoli;, 
addio tutti, persistete nel timore di Dio ed in Cri- 
sto sempre, poiché é per venirvi sopra una ten- 
tazione grandissima, e s'avvicina la tribolazione. 
Felici coloro i quali persevereranno nel proponi- 
mento che hanno fatto: accadranno scandali che 
separeranno parecchi da loro. Quanto a me, io mi 
affretto al Signore; e già ho fiducia di pervenire a 
queir Iddio mio, cui ho devotamente servito nello- 
spirito mio. ^^^ 



. ( 



<50 



RFANCESCO D ASSISI 



XV. 



Questa vita di Francesco io non intendevo scri- 
verla, ma sono stato tratto via via a farlo dalle 
molte confusioni che mi pareva di leggere nei 
libri che consultavo. Ora, che l'ho condotta a 
termine, m'accorgo di averla spogliata della sua 
maggiore attrattiva. Io l'ho narrata, come se Fran- 
cesco d'Assisi fosse stato un uomo d'una singolare 
e squisita indole, tutta volta al bene, capace d'i- 
deali sublimi ed eroico nell' effettuarli, e innamo- 
rato di Dio e del prossimo. Ma a' contemporanei, 
e a tutti coloro che gli furono o gli sono devoti, 
Francesco appare ben altro. Per loro egli non è 
solo predestinato da Dio alla sua opera, ma se- 
gnalato, contrassegnato, confermato da lui in ogni 
suo passo. I sogni, che io ho detto in principio, 
effetto del lavoro della sua coscienza, sono visioni 
di Dio. Già ne' princìpi della sua conversione è 
rapito in estasi, e vede la futura moltitudine che 
gli verrà dietro. Se vuole rivedere i suoi discepoli 
mandati lontani da lui, prega Iddio che partecipi 
loro questo suo desiderio, e tornano. Quando era 
presso Innocenzo III a chiedere 1' approvazione 
del suo Ordine, ebbe questa visione: camminava 
per una via, presso la quale stava un albero di 
grande altezza, ed ecco a mano a mano, mentre 
vi s' avvicinava, prolungarsi la sua perdona, sicché, 
raggiunta la cima dell'albero, l'ebbe inclinato ver- 
so terra. Un giorno, quando era a Rivotorto, si 
-assentò col corpo da' suoi, e in breve l'anima 



FRANCESCO I) ASSISI 



61 



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9 



di lui apparve loro in un globo di fuoco su un 
carro di fuoco. Un' altra volta i suoi frati in Pro- 
venza Io videro, sulla porta dell'oratorio, sollevato 
in aria, mentre era pure altrove. Vedeva i pen- 
sieri dei frati suoi. Mentre viaggiava per Valle 
Spoletana, in un luogo vicino a Bevagna, vide 
una gran moltitudine di uccelh, ond'egli, dilunga- 
tosi da' compagni, si mise in animo di predicar 
loro, e lo fece con grandissima allegrezza degli 
uccelli e dei compagni. Un' altra volta ad Alviano, 
impose silenzio alle rondini, che col garrire tur- 
bavano la sua predica, e tacquero. Ancora, a Grec- 
ciagli fa portata una lepre; ed egli la lasciò libera; 
ma la lepre non volle andar via, finché non gliene 
avesse dato l'ordine Ed era sulla spiaggia del lago 
di Rieti, quando gli fu portato un pesce, che anch' 
esso non si sapeva dipartire da lui, sinch'egli non 
ebbe finito d'orare e dettogli di tornarsene nel- 
l'acqua. A Sant'Urbano convertì l'acqua in vino. 
Un giorno una donna, nelle doglie del parto, 
aspettava ch'egli dovesse passare da Arezzo, ma 
andò per altra via al luogo dov'era diretto; se 
non che frate Pietro che l' accompagnava, ritornò 
l)er Arezzo lui, e perchè la donna, che soffriva 
molto e da più giorni, partorisse, bastò che le 
fossero poste sul ventre le briglie che Francesco 
aveva tenute in mano nel cavalcare. A Gualfre- 
duccio, di Castel di Pieve, non faceva minor pro^ 
per sé e per gli altri, una corda di cui Francesco 
s'era talvolta cinto. A Toscanella guarì uno zoppo; 
a Narni un paralitico; e qui anche ridette la vi- 
sta a una cieca. A Gubbio risanò un attratto. Al- 
trove liberò un frate d' una malattia difììcile a 



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FRANCESCO d'ASSISI 



FRANCESCO D ASSISI 



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definire, ma terribile, forse un' ossessione del de- 
monio: com'era di certo quella di una donna a 
Castel di Santo Gemini a cui scacciò il diavolo di 
^corpo: e ancora a Città di Castello. E infine quando 
•era all'Alvernia, aprì un giorno tre volte r Evange- 
lio, e tutte e tre gli venne innanzi la passione di 
Cristo, segno che egli avrebbe ancora avuto molto 
a patire; ed infatti dopo poco, due anni avanti 
Girelli morisse, gli apparve, mentre era a pregare, 
,UQ uomo in figura di serafino, colle mani distese e 
coi piedi giunti, confìtto in croce, due ali sul capo, 
due distese per volare, due lungo il corpo, d'una 
inestimabile bellezza. E Francesco era maravigliato 
insieme e sgomento, e pieno di gioia e di tri- 
stezza. E si levò e non intendeva la visione che 
significato avesse. Ma ecco che a poco a poco co- 
minciarono nelle sue mani e nei suoi piedi i segni 
dei chiodi, come gli aveva pur ora visti nell'uomo 
ci-ocitìsso, librato nell' aria sopra il suo capo. E i 
.segni erano cosiffatti: da parte della palma ro- 
tondi e sul dorso della mano oblunghi e con una 
carnosità m cima, quasi una capocchia di chiodo 
ribattuta, che risaltava sulla carne circostante. E 
così nei piedi erano impressi i segni dei chiodi, 
e sollevati sul resto della carne: ancora, il fianco 
destro era trafitto da lancia e la ferita coperta 
d' una cicatrice, che gittava sangue spesso, sicché 
la sua tunica ed i calzoni se ne vedevano più volte 
^cosparsi di sangue. '"* 

Questi miracoli si trovano tutti notati nella 
prima yììsl di Francesco d'Assisi, quella scritta 
non più di tre anni dopo la morte di lui, e da 
^m suo compagno. Più tardi, ne furono raccolti 



molti di più, che ne vivesse la notizia nella 
bocca dei popoli o che si cercasse con più dili- 
genza nelle memorie e nelle fantasie dei frati. 
L'amore del meraviglioso da una parte, e la persua- 
sione che Francesco l'osse stato una perfetta copia 
di Cristo e quasi un Cristo rivissuto, furono del 
pari motivi che questa messe di avvenimenti mira- 
bili si andasse cogli anni moltiplicando fuor di mi- 
sura. Però, si badi, che l' autore da cui son tratti i 
miracoli narrati avanti, diceva anch'egli che ve 
n'eran ben altri, pure aggiungendo che i miracoli 
non fanno la santità, bensì la mostrano. ^'^^ 

Ora, perchè io non gli ho raccontati? Perchè non 
m'aggiungono nulla alla figura di Francesco; e 
come alla immaginativa del decimoterzo secolo la 
compivano, così a quella del decimonono la guasta- 
no. V'hanno tempi, nei quali la mente umana non 
sa concepii-e nessuna grandezza morale e spirituale 
senza miracoli, senza, cioè^ segni d' un intervento 
diretto della divinità nel suggellarne il carattere 
e nell'aiutarne l'efficacia; e ve ne sono altri invece 
in cui un tale intervento è sentito contradittorio 
alle leggi della natura, e la fermezza di queste crea 
un ostacolo, non superabile, perchè la ragione lo 
accolga. Si può dire, ma non provare, che il miraco- 
lo obbedisca a una legge morale, la quale contiene 
dentro di sé tutte le naturali, e ne interrompe lo 
sviluppo, quando le bisogna per eff"ettuarsi. Ma l'am- 
mettere questa legge morale è tutt'uno coli' am- 
mettere che il miracolo si possa dare; e chi non 
crede ch'esso si possa dare, nega insieme che quella 
legge morale vi sia. 

I miracoli di Francesco d'Assisi lianno davvero 



il- 



1)4 



FRANCESCO D ASSISI 



testimoni contemporanei; e il più grande di tutti, 
quello delle Stimmate, testimoni che dicono d'aver 
visto e toccato e mentre egli era in vita e dopo 
morte. In vita, due soli, frate Elia e frate Ruffino; 
in morte Santa Chiara e molti altri. ''' La Chiesa 
ha fatto i suoi esami diligenti; e solo dopo essersi 
persuasa, che fossero tali da dissipare il dubbio, 
ha canonizzato il santo. Ma chi non crede possi- 
l)ile il miracolo, non crede che ve ne possano 
essere testimoni. Il fatto miracoloso, per lui, esce 
dal giro degli avvenimenti rispetto ai quali la te- 
stimonianza vale ed è criterio di certezza. 

La questione se miracoli ci possano essere e 
ce ne siano stati, è di quelle che gli uomini di- 
batteranno sempre. In due momenti, v'hanno cre- 
duto di più, n'hanno visti in maggior numero; a' 
tempi di Cristo e degli Apostoli suoi; a tempo di 
Francesco e dei suoi primi frati. La mente non ha 
modo di dire di sì; il cuore non osa affermare di no. 
Chi non sente altra voce che quella del cuore, vi 
creda pure; vuol dire, che a lui Iddio, come forza 
morale, è presente di continuo nella storia del mondo 
e vi recita agli occhi di tutti una parte che mostra 
ed è tutta sua. Chi è sordo a questa voce, vi discreda 
pure; vuol dire, che senza negare Iddio, egli am- 
mette che Iddio però, con non minore sua gloria, ha 
abbandonato la storia della natura umana alle leggi 
costanti che governano la natura e l'uomo. ISè Tu- 
no né l'altro è impedito dall' opinione sua nell'am- 
mirare ciò che di nuovo, di sublime e di grande si 
mostra nel mondo. Solo avvertano ambidue, che il 
miracolo o s'ha ad accettare come tale o a riget- 
tare. Lo spiegarlo, ricercandone ragioni naturali 



FRANCESCO D^ASSISI 



e probabili, è insipido e vano; quando queste si 
sien trovate di un fatto, questo esce dal numero 
dei miracolosi; ma ne restano, a chi crede che il 
miracolo si possa dare, infiniti altri. ^'^ 



II 



n 



XVI. 



Abbiamo considerato l'uomo, che Dante chiamò 
serafico in ardore; e s' è riguardato ai tempi in 
cui visse. Ma ora, poiché egli lasciò così gran fì- 
gliuolanza dietro di sé, e tanto sparsa per oani 
terra d'Europa, d'Africa e d'Asia, e frati minori 
furon visti dopo di lui e nelle università e nei tu- 
guri dei poveri e nelle corti dei re e nelle curie 
dei papi e dei vescovi, e segnarono la lor presenza 
in ogni parte della vita intellettuale, morale, re- 
ligiosa, scientifica, artistica del secolo, quando 
umili e modesti, quando chiassosi ed importuni, 
quando ossequenti e rispettosi, quando tenaci e 
rissosi oppositori di principi e di pontefici, é chiaro 
che s'è fatta la minor parte dell'opera raccon- 
tando la vita del fondatore, e bisognerebbe metter 
mano alla parte molto maggiore e più poderosa, 
esporre cioè g\i eff-etti della fondazione stessa. Ma a 
CIÒ oramai manca la lena e lo spazio; e s'aggiunga 
che una parte non piccola, e non meno rilevan'te 
di questi effetti si dirama e si perde per gp infi- 
niti meati attraverso i quali vanno e si raccolgono, 
s'accoppiano e si scoppiano gli atomi, se m'é le- 
cito dire così, fluidi e mutabili della storia umana. 



I 



'^ — HoNciHi, F,ancescQ d'Assisi. 



60 



FKANCESCO d'ASSISI 



FRANCESCO D'asSISI 



67 



li 



Francesco aveva fondato il consorzio più de- 
mocratico che il mondo avesse visto sin allora, 
un consorzio povero di poveri. Ricchi e sonori 
vi entravano; egli non li respingeva da se; ma 
il cuor suo era coi disprezzati dal mondo, _ cogli 
abbietti agli occhi del mondo e coi semplici; ' e a 
questi i ricchi, i signori, gli uomini d" ingegno e 
di scienza che venissero nel!' Ordine, si dovevano 
luniagliare. Nessun impero dentro di questo. Il 
0^00 di tutti era il servo, il ministro di tutti; i 
servi o ministri, ai quali era dato in cura un nu- 
mero di frati in una provincia, erano semplice- 
mente i custodi loro; e guardiano chi soprmtendeva 
a' frati d' un luogo. Francesco più volte s' era tatto, 
da un frate cui egli avesse in istima, indicare un 
guardiano cui dovesse obbedire. L' esser retto, di- 
ceva ed inculcava, è assai meglio che il reggere. 
E perchè il reggere non corrompesse anche ques i 
cani che dovevan servire, volle che fossero eletti 
non a vita né a tempo determinato. Il mm.stro 
generale durava in ufficio finche pareva a' ministri 
provinciali o custodi che l'adempiesse bene; era, 
cioè, revocabile sempre; i ministri che eleggevano 
il o-enerale, erano eletti essi stessi dai frati. b m 
quinto ai modi della recezione, ci correva questa 
diversità tra i frati e le suore; che gli uomini 
erano ricevuti dal ministro secondo il giudizio suo, 
le donne dalla badessa, ma col consenso delle 

suore 

Un Ordine siffatto andava naturalmente a genio 

delle parti popolari, che allora prevalevano nei 
comuni d'Italia. Ne fu quindi favorito, e le favori. 
E come esse erano in generale guelfe, in questo 



sentimento, che le congiungova alla Chiesa, erano 
confermate dai iMinoriti, che tra esse si mescola- 
vano. Giacché Francesco era stato fermissimo in 
ciò, che l'autorità della Chiesa e del Pontefice do- 
vesse mantenersi intatta e suprema; e pur rico- 
noscendo quale era la coudizione morale ed in- 
tellettuale del clero, mantenne a' sacerdoti, de* 
quali egli non fu, un rispetto grandissimo e co- 
stante. La leggenda racconta di un frate, che non 
si potette mai persuadere che un sacerdote men- 
tisse. '•'" 

Così i Minoriti divennero istrumenti a confer- 
mare e diffondere in Italia due cose che allora vi 
andavano unite, libertà popolare e autorità della 
Chiesa. Ma non era quello che Francesco s' era so- 
prattutto proposto; voleva una rinnovazione mo- 
rale dell'uomo, e la pace sociale che ne doveva 
essere il frutto. Si può dubitare sin dove la po- 
vertà volontariamente accettata e 1' ubbidienza, in- 
condizionatamente praticata, le virtù principali del- 
l'Ordine, sieno adatte a creare animi bene temperati 
e forti; questione delicata, che meriterebbe essa 
sola una trattazione non breve, specialmente per- 
chè è guasta da esagerazioni contrarie d'ogni sorta. 
Tuttavia perchè l'Ordine producesse gli effetti 
voluti dal suo fondatore, bisognava che vi per- 
durassero queste virtù invitte ed eroiche; e vi si 
continuasse a ritenere, che la maggiore letizia 
dell'uomo stesse nella testimonianza interna della 
coscienza ch'egli opera il bene, e nell'esserne ne 
riconosciuto né premiato, anzi castigato dagli al- 
tri. ^^ Ora queste virtù cominciarono a venir meno 
nell'Ordine sin dacché Francesco viveva; ed era 



m 



08 



FRANCESCO D* ASSISI 



naturale, poiché soverchiavano, come Innocenzo III 
aveva temuto, la comune misura umana. Il testa- 
mento che gii si attribuisce, mostra coni' egli av- 
vertisse i malanni che già erano nati nel con- 
sorzio creato da lui. Vi si sente qualche asprezza 
e rincrescimento. « Coloro, dice, che venivano ad 
accogliere questa vita, erogavano a' poveri tutto 
ciò che potessero avere, ed eran contenti d'una 
tunica rattoppata, di dentro e di fuori, con cintura 
e brache chi volesse, e non volevano avere di 
più. » Vuol dire che i frati degli ultimi anni della 
sua vita non se ne contentavano egualmente. « Ed 
assai volentieri rimanevamo nelle chiese poverette 
e derelitte, ed eravamo idioti e soggetti a tutti. » 
Vuol dire, che oramai volevano chiese magnifiche 
e non piaceva loro più d' obbedire, ma di coman- 
dare. « Ed io lavoravo colle mie mani e voglio- 
lavorare, e tutti i frati voglio fermamente che la- 
vorino... E chi non sa, impari, non per la cupi- 
digia di ricevere il prezzo del lavoro, ma per il 
lavoro e ])er resi)ingere l'ozio. » Vuol dire che 
avevano già posto all'ozio e all'elemosina troppa 
più affetto del dovere. Si può dire che il testa- 
mento non fosse scritto da lui; se non che pare, 
in vero, di sì; e quanto al fatto che se ne argui- 
sce, è tutt'uno se qualcuno dei frati suoi, poco 
tempo dopo morto lui, lo scrivesse. Tommaso da 
Celano, uno dei primi entrati nell'Ordine, e che 
ha scritto per il primo la vita di Francesco, mo- 
stra in più luoghi come l' Ordine paresse già sca- 
duto anche a lui. E fu peggio, assai peggio più 

tardi. ^^ 

Le condizioni morali e sociali della Chiesa nel 



FRANCESCO d'asSISI 



69 



secolo decimoterzo e decimoquarto sino alla rifor- 
ma protestante e a quella cattolica, che ne fu 
il contraccolpo andarono peggiorando per modo, 
che è più facile affermare che provare, avere 
l'ordine dei Minoriti esercitata sopra di essa, in 
questi due rispetti, una influenza utile e bene- 
fica. Chi può discernere in un fiume che precipita 
a valle, un fil d'acqua di diversa tinta, che si 
mescola colla massa dell'acque di quello, e vor- 
rebbe colorirla altrimenti? Francesco, quanto a se, 
fu spirituale molto; e non so s'egli aggiungesse 
nessuna pratica esterna al culto. Appare sempre 
inteso a soggettare la lettera della legge, che mor- 
tifica, allo spirito che vivifica. Quando il padre lo 
maledice a torto, egli cerca un povero che lo be- 
nedica. A un povero che gli chiede l'elemosina, 
egli, non si trovando fra le mani se non un volume 
dell'Evangelio, gli dà quello. E dice nelle regole 
e mostra cogli esempi, che, a parer suo, non 
è la pratica esterna quella che salva, bensì lo spi- 
rito con cui è compiuta. 

Però, si riconosce anche, che il gran numero di 
miracoli, attribuiti a lui e poi a tutti i suoi primi 
discepoli, dalla fantasia popolare, non era adatto a 
suscitare un sentimento religioso schietto ed ele- 
vato, nò a persuadere le moltitudini, che ciò che 
innanzi tutto preme, è di esser buoni. E v'era adatta 
anche meno l'indulgenza chiesta da lui ad Ono- 
rio IH per chi visitasse la Porziuncula; e che il Papa 
gli concedette, pur restringendola, e non dando- 
gliene documento; il che ha permesso di metterne 
in dubbio l'autenticità. Ancora, la riverenza sua 
grandissima per i sacerdoti era fondata anche e 



70 



FRANCESCO D ASSISI 



specialmente su ciò; ch'essi consacrano il corpo di 
Cristo, e compiono con questo il mistero pili grande 
che sia proposto al fedele, la transustanziazione 
della carne e del sangue di Cristo nelle specie del 
pane e del vino. Ora, un simile sentimento non 
ebbe poca influenza, credo io, a promuovere l'i- 
stituzione della lesta del Corpus Domini^ quan- 
tunque questa avesse una diversa occasione im- 
mediata; e d'altra parte, i Minoriti furono anche 
i principali partigiani dell' Immacolata Concezione, 
quantunque di questa si fosse parlato prima di loro. 
Ora mi si permetta di dire, qualunque opinione dom- 
matica s'abbia — nel che non entro — che co- 
leste due dottrine ebbero non piccola parte ad 
accelerare quella ribellione delle menti, che ca- 
gionò nel decimosesto secolo una così grande e 
irreparabile scissura nella Chiesa. 

Ma se qui è difficile o impossibile riconoscere 
l'effetto e misurare l'azione di Francesco d'Assisi, 
o, riconosciuto quello e misurata questa, di impe- 
dire chi voglia, di recare sino a lui in qualche 
parte gli eventi che colpirono più tardi la Chiesa, 
si può più facilmente affermare, che nei campi 
umani della scienza, delle lettere e dell'arte l'ef- 
ficacia sua riuscì a sua insaputa grande e note- 
vole. E vediamo il perchè. 

La sua rinnovazione morale consisteva massima- 
mente in una vivificazione, se m'è lecita la parola^ 
o ravvivamento dell'uomo interno. Egli era tor- 
nato alla fonte, donde ogni attività intellettuale e 
morale si deriva e sgorga, e consigliava chi vo- 
lesse sentirsi vivere, a non attingere se non da 
quella. Egli ricongiungeva l'uomo con Dio, poiché 



francp:sco d*assisi 71 

l'uomo era dentro di sé visitato da Dio. Restau- 
rava una unità sacrosanta ed un contatto fecondo. 
Ora qui c'era un principio d'una rinnovazione 
della scienza, della letieratura e dell'arte; qui vi 
era Bonaventura di Bagnorea e Ruggero Bacone 
d'Ilchester: qui v'erano le letterature nazionali e 
le lingue volgari; qui v'era l'arte nuova sciolta 
dalla rigidità bizantina, Cimabue^ Guido da Siena, 
il Pisano e Giotto; qui v'era Giacomo da Verona, 
lacopone da Todi, e per nominare uno solo che 
sopravanza tutti, v'era anche Dante Alighieri. Qui 
v'era in somma tutto un moto intellettivo e lette- 
rario ed artistico; il cui segno sarebbe stato que- 
sto — una grande intimità e libertà di concepi- 
mento, un intenso ed ardente desiderio d'ideah, 
una ricerca geniale del novo e del naturale. A 
ciò si distingue Bonaventura da Tommaso d'Aqui- 
no; Ruggero Bacone da tutti: a ciò si distingue 
la poesia, l'arte nuova da quella che Francesco 
trovò nascendo, e non aveva sentito peranche l'in- 
flusso del suo alito. Egli dice in una delle sue 
poesie : 

Un arbore d'amore con gran frutto 
In cor piantato me dà pascimento. 

Ebbene, quest'albero d'amore egli piantò nel cuore 
di più generazioni; e da esso partirono etfiuvi che 
mossero le lor fantasie; e per ogni via dove il 
pensiero umano si muova, lo resero capace di nuovi 
fiori. 

Così quest' uomo « facondo, ilare e benigno di 
viso, che non conosceva l'ozio ne l' insolenza, pic- 
coletto di statura, con una testa non grande e ro- 



72 



FRANCESCO D ASSISI 



tonda, la faccia lunga e prolesa, la fronte piana 
e corta, gli occhi mezzani neri semplici, i capelli 
bruni, le sopracciglia diritte, il naso eguale sottile 
retto, le orecchie tese e piccole, le tempie piane, 
la lingua lusinghiera infiammata acuta, la voce 
veemente dolce chiara sonora, i denti uniti pari e 
bianchi, le labbra sottili, la barba nera e rada, il 
collo stretto, diritti gli òmeri, corte le braccia, le 
mani magre, le dita lunghe, le unghie non rac- 
corciate, le gambe affusolate, i piedi brevi, la pel- 
le delicata e la carne scarsissima; > quest'uomo 
meritò bene a ragione che le popolazioni lo cre- 
dessero un messaggiero di Dio e come tale l'ado- 
rassero: ed i migliori artisti dei tempi dipinges- 
sero con amore lui e le virtù sue nella sua patria 
in uno dei piìi bei tempii di Europa, e lo cantasse 
il primo e il maggiore dei poeti dell'età moderna. 



NOTE 



» Soli i Fioretti di S. Francesco^ sci-ittura mirabile della 
metà del quattrocento, e compilata con scritti anteriori o 
anche con leggende non ancora scritte a quei tempi, il che un'e- 
dizione critica soltanto potrebbe mettere in chiaro, dicono con 
precisione, che quando « Tanno del Nostro Signore mille dugento 
ventisei a di quattro d'ottobre il sabato» Francesco morì,.... 
«era negli anni quarantacinque della sua nativitade ; » sicché 
l'anno della nascita avrebbe a essere il 1181, non il 1182, come 
lo Ghavin de Melan, HisL de S. Frane,, p. 40, e parecchi altri 
scrivono. 

2 Th. d. C, cap. I, p. 18. 

"' Ih., cap. IX, p. 46. È dispiacevole che nell'edizione del- 
l'Anioni il numero dei capitoli non si riscontri con quello del- 
l'edizione dei BoUandisti, e manchi la numerazione dei para- 
grafi. 

' Ib., e. XX, p. 92 BoN. IX, 4. 

^ Ib., p. 96. BoN. IX, 6. Mem. J. d. G. 10, p. 519; ed 
anche 3, dove parrebbe erroneamente scritto 10^ anno con- 
rersionis e fatto corrispondere aU'anno G. 1219. 

^ Ih., p. 11, e, I, p. 140. Poema GXXXVII, p. 248. 

' Ib. Nella cronaca dei tre soci, XVI, p. 91, v'è un'aUra 
data: undecim annis a 'principio religionis^ che par risponda 



74 



FRANCESCO d'asSISI 



al 1219. Le vicende della vita dei frati erano ben datate dal- 
l'entrata nella religione. Vedi B. P. pai>siw. 

8 VoiGT., op. cit., p. 468. 

9 Che fosse francese e dei Conti di Bouleniont, non lo trovo 
detto da nessuno dei biografi anteriori, ed è affermato dal Cristo- 
fani senza prova. Storia d'Assisi, seconda ediz., p. 78; se non 
che egli, come mi scrive, l'ha tratto dal Papini, Aot^^ie sulla 
morte e sepoltura di Sari Francesco. In effetto questi, n. LIX, 
p. 230, rafferma sulla parola di P. Claudio Prassen, che glielo 
assicura sulla fede della scritta matrimoniale tra la signora 
Pica e Pietro di Bernardo da Morinne, che si conserva nell ar- 
chivio della famiglia Boulemont di Provenza. Sarebbe bene che 
questa scritta si pubblicasse. - Che un mercatante italiano spo- 
sasse una figliuola d'un Conte di Provenza non par probabile; 
e che Francesco né fosse nobile né avesse del sangue nobile 
nelle sue vene, si potrebbe indurre, oltreché da molti altri che 
il Papini stesso raccoglie per dimenticarsene subito dopo, n. 
l Vili r -^28 dal fatterello raccontato da T. da Celano nella 
Vita ^aìtera, p. 158. Il Cristofani stesso, 1. e, dimostra come 
la famiglia di Francesco non fosse de'i»/onconi, (e i Boll. p. 
556 fanno tutt'altro che credervi) e pubblica alcuni docu- 
menti tratti dair archivio d'Assisi che si riferiscono ad un 
Angelo fratello e Giovannetto nipote di Francesco; é però strano, 
che il primo aggiungesse al suo nome non la paternità, ma 
la maternità - t/t- Mad. Pica, -e così facesse il figliuolo. Oh 

Derche • 

10 Nel Poema, V, p. 6, è detto addirittura: Mater honesta, 

simplex et clemens ; pater subdolus et violentus. 

H Del resto, il fatto è certo, T. S. 1, p. Il; ma il perche 
non è chiaro, sicché se ne dice più d'uno e parecchi stranis- 
simi. {Boll., pagina 559.) 

12 B. V., XV, 6, p. 398. 

'3 T. S. IX, p. 52. Libenter lingua gallica luqufhatur licei 
ea loqui nesciret. Ib., IH, p. 22. 

1^ Pavad., XI, 15, 16, 17. 

15 Poema, YW, Tectis subalternans a summis usque deorsum. 

-6 Cristof., op. cit., II, 4, p. 78. 

17 Dove r Amoni prenda che ciò fosse a' quattordici anni, 

non vedo. 

1^ Curialissimus. Così tutti. 



FRANCESCO D 'ASSISI 



/5 



1^ T. S., cap. I, II, p. 10 seg. e gli altri. 

2" Vedi i versi del Poema, cit. nell'appendice. 

-' Muratori. Ann., a q. a. 

22 Cristof., l. e, p. 75. 

2=^ Ann. Stad. A. D. 1195: p. 352 nei Monumenta Germc- 
niae Historica, Hannoverae, 1859. voi. XVI. Altri dicono na- 
scesse a Jesi; vedi Mar. Ann. all'a. 1194; nel quale anna 
nacque il 26 dicembre. Che Corrado lo custodisse e lo facesse 
battezzare nel 1197, è ancora nel Cristofani un errore che è 
nato dal non aver potuto consultare egli stesso gli annali sta- 
deiisi. 

24 Manente, Storia d'Orvieto, cit. dal Cristof. l. e, p. 77. 

25 Hurter, Hist. d'Innocenzo, III, lib. II, trad. frane, p. 
120. 

26 Epist. Jnn., 3, 1, lib. 356 cit. dal Cristof. 1. e, p. 86. 
2- T. S., II, p. 12. 

28 Ivi. 

2^ Tommaso da Celano, V. pr., 11 p. 22, non accerta se- 
Francesco decidesse d'andare in Puglia «ad pecuniae vel ho- 
noris augenda lucra. » Il poema dice addirittura per lucro, 
XIII, p. 22. I tre socii, 11, p. 14 (ut mUes fiere t a cornile su- 
pra^iicto), Bonaventura, V. l, 4, pag. 318 (iperans decus adi- 
pisci militiae) danno per motivo la voglia di segnalarsi e no- 
bilitarsi. Ci corre ancora questa differenza, che secondo T. da C, 
i tre socii e il poema, il nobile, il conte, il cittadino, — cosi 
diversamente lo chiamano, — col quale egli si propone d'andare, 
è d'Assisi ; secondo Bonaventura, é in Puglia, ed egli pare se 
n'innamori per fama. Pure i tre socii sono i più precisi e ne 
danno anche il nome. Che egli volesse andare da Gualtiero di 
Brienna, è congettura probabile del Waddingo (Boll., p. 565; ; 
che egli si proponesse d'andarvi nella primavera del 1204 è 
congettura mia, fondata sui tre socii, i quali dissero, che il 
pensiero gliene venisse post paucos annos dall'uscita della pri- 
gione, oltreché tra questa e il progetto dell'andata in Puglia 
occorre, per testimonianza comune dei biografi, una grave ma- 
lattia sua; e ancora é congettura mia, ch'egli smettesse per 
la morte di Gualtiero. Francesco, una volta deciso ad andare 
a combattere in Puglia, non poteva, di certo, posto ruomc 
ch'egli era, andarsi ad arruolare col conte Diopoldo. 
3^ Th. d. C, e. II, p. 22. 



76 



FRANCESCO d'ASSISI 



FRANCESCO D'asSISI 



'7 



31 T. S., Ili, p. 18. 

^2 Tabarrini, La cronaca di Fra Sai imbene da Parma; ira 
i suoi Studi di critica storica, p. 98, uno dei più begli scritti 
-che si possano leggere. 

33 Ivi, p. 97. 

34 MuR., Ann., all'a. 1198. 

35 T. d. C, XVI, p. 76. 

36 Cristof., op. cit., p. 96. 

37 Veramente, il Rainaldo che il Cristof. cita, op. cit., p. 
101, né alfa. 1204 né dopo, non lo dice. 

38 Cristof., op. cit., p. 107. 
3'J MuRAT., Ann., all'a. 1210. 

•»'J Cristof., op. cit., p. 101. Che l'influenza di Francesco 
^i debba riconoscere in quest'atto, non mi pare una congettura 

fondata. 

-•1 Ci fu più volte, cosicché non si può determinare Tanno; 
vedi Th. d. C, XXI, p. 101; XXX, p. 132. 

42 T. S., XII, p. 74, B. V., Ili, 7. 

43 Th. d. C, XV, p. 68. 

44 Th. d. C, XXX, p. 136. 

45 T. S., IX, p. 52. 

46 Salimb., op. cit., p. 240. 

47 Si veda per tutte queste notizie sull'eresie, Kraus; Lehr- 
•àurch der Kirchengechichte ; § 107, che cita le fonti speciali, 
cui chi voglia potrebbe ricorrere, e in parte ho ricorso. 

48 T. S., II, p. 14. Th. d. C, 11, p. 22. 

49 T. S., III, p. 18. 
5^ T. S., I, p. 12. 
51 Ib., Ili, p. 20. 

5-J II Celanense dice che conducesse seco un amico, che la- 
sciava alla porta. Ili, p. 24. A che fare? Il poeta che lo ver- 
seggia, lascia da parte cotesto amico; XVII, XVIII, p. 27. 

53 Th. d. C, IV, 28. T. S., VI, p. 30. 

54 Ivi. 

55 B. V., II, 8, p. 325. 

5« X, 9, 10. Trad. del Diodati. 

57 Indicibili perfusus laetitia. B. V.. Ili, p. 325. 

58 Bictionn. des ordres Religieux. II, alla v. Franciscains, 
•col. 353. 

59 B. V., 1. e. 



■ 



'. 



■ 



6<^ Appunto perciò l'èra della conversione non fu facile a de- 
terminare. II Celanense (I, p. 18) scrive : fere usque ad vige- 
simum quintum aetatis suae annum tempus suum miserabi^ 
liter perdidit et consumpsit. Queste parole paiono voler dire, 
che il principio, non il compimento della sua conversione, ebbe 
luogo quando egli era entrato nel ventesimoquinto anno. Ora,, 
poich' egli pone che scorressero venti anni dalla sua conver- 
sione alla morte, e questa accadde nell'ottobre del 1226; ivi,, 
P. II, I, p 140, parrebbe alla prima ch'egli ponesse la data 
della prima al 1206. Cosi l'hanno inteso il Waddingo, e con 
poca differenza il Bollandista, p. 511. e questa data é conferma- 
ta da G. d. G. che (op. cit. 2 d. 516) dice che nel 1209, anno 
conversionis suae tercio, accadesse il fatto del versetto Evan- 
gelico, udito nella Porziuncula. Se non che bisogna leggere con 
diligenza il Celanense. Questi infatti dice, che nel 1226 erano 
scorsi venti anni : ex quo perfectissiìne adhaesit Chrislo, Apo- 
sfoforum vitatn et vestigia sequens. Ora, questa adesione per- 
fetta a Cristo indica un ulteriore momento nella vita di Fran- 
cesco, di quello che faccia il mero distoglimento dalle cose 
mondane. Sicché si dovrebbe la data della conversione, o piut- 
tosto di quel mutamento spirituale che ne fu il principio, porla 
all'anno 1206 ; ma la conversione stessa intera, compiuta, al- 
l'anno 1209. Però, se gli anni della vita santa si misurano da 
questa seconda data, e restano venti, egli sarebbe morto nel 
1229 e non nel 1221; il che sarebbe contro tutte le testimo- b 
nianze. Sicché si deve dire, che alcuni ponessero per data della 
conversione il primo anno che n'avea segnato il principio; altri 
il secondo che ne segnava la consumazione ; e il Celanense abbia 
contato i venti anni dal primo, pure esprimendosi in maniera, 
come se fosse in quello non cominciata solo, ma venuta a per- 
fezione la mutazione nello spirito del Santo. D'altra parte, bi- 
sogna considerare, che noi abbiamo una data certa, quella del- 
l'andata di Francesco in Egitto; il che si dice concordemente- 
sia nel tredicesimo anno della sua conversione. Ora, egli, come- 
si vedrà, non v'ha potuto andai'e prima della seconda metà 
del 1219 del principio del 1220; e v'é rimasto sin ai primi 
mesi del 1221 ; sicché dalla sua conversione principiata alla 
sua andata sarebbero scorsi appunto tredici anni, se quella 
si pone al 1206. Giordano di Giano, veramente, pone quella 
nel 1207. Mem., 3, I, p. 516. Anno Domini 1207 Franci-^ 




78 



FRANCESCO D ASSISI 



FRANCESCO d' ASSISI 



70 



scus, vir negotiator, officio compunctus corde, afflatus spirito 
mncto, in habito eremitico modum penitenciae est aggressus : 
ma si può credere, ch'egli dicesse succeduto al principio del 
1207 ciò ch'era succeduto nella fine del 1206. Concludo: La 
<lata del principio della conversione è Ta. 1206; della perfezione 
sua il 1209. I venti anni della vita santa cominciano dalla prima ; 
e i 13 anni scorsi sino all'andata in Egitto anche. Però, quando 
iì, d. G. al 53 fa corrispondere l'anno 1219 all'anno decimo 
della conversione, deve avere inteso per il principio la perfezione 
-di quella. (Vedi il Voigt, op. cit., p. 468 e seg.) 
^1 Matth., IX. 21. 

62 Marc, VI, 8. È notevole che nei tre socii. Vili, p. 48, 
^ in San Bon., Ili, 2, il passo è citato male: N^hil tuleritis 
in eia. 

^^ Matth., XVI, 24. 

^* Et eleemosyne est haeredifas etjustitia quoe dehetur pnu- 
peribus. Prima regola, VII, p. 55. 

62 Et fratres qui òciunt laborare laborent, et eamdem artem 
exerceant quam noverint. Ibi. Si veda il cap. V. della vita di 
ideato Egidio nei Fioretti. Ed. Boll. 1878: V. B., p. 52. 
66 Otiositas est animae inimica (apud Hieron.) Ibi. 
■6" Reg. prima, XIV, p. 60. 

«ì* Ibi., VII, p. 55. Si veda il fatto raccontato da T. da Ce- 
lano, XVI, p. 78. Francesco abbandona il tugurio in cui stava, 
per aver sentito dire da un villano eh' era venuto a riporvi 
l'asino, di volerlo in compenso aggrandire e farlo più bello. 
69 Reg. Vili. 1 denari chiamava mosche: muscas nempe de- 
nanns vocavit. Th. d. C. Vita altero, p. 187. 

^0 Fioretti, XVI, I, p. 72. Che questo non sia vero, ma 
immaginario, appar chiaro da ciò, che egli chiede consiglio 
principalmente a Santa Chiara e S. Silvestro. Ora, questi era 
uno dei suoi primi compagni, almeno secondo alcuni; e prima 
di prenderlo seco, doveva sapere il perchò; l'Ordine dell'altra 
fu instituito nel 1212. (Boll. p. 597). 

"' Reuter, Gesch. der religiosen Aufkldrung im Mittelalter^ 

II, pag. 185. 

-2 XXVI, 45. Altrimenti T. da C, XV, p. 70. Et vere mi- 
noress qui omnibus subditi existentes semper quaerebant locum 
mlitatis, etc. Cosi gli altri. 

73 Th. d. C, XII, p. 56. 



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B. \., Ili, 6. Porche così Francesco avesse un compagno. 
- T. S , X, p. 56. 

'6 Ps. LIV, 23. Anche qui è notevole, che la volgata reca 
così il testo: Jacta super Domifium curam tuam ; e cosi i 
settanta: ETTcppiWGV ini Kùpicv TTiV [X£pi|i.vav aoD. 

77 Fioretti, XVI. I, 75. 

'« Op. P. III, coli. XVII, p. 119. 

^ T. S., X, p. 58. Sylvestres liomines. 
8« Ivi. 

«^ Paul. /. Cor., I, 20, 21. Nel rimanente, si vedano i tre 
socii, XII, 69 e seg., dei quali io non ho ammesso soltanto 
che Francesco presentasse già allora al Papa una regola scritta 
la quale questi approvasse. Th. da G. (XIII, p. 59 e seg.) non 
lo dico. Di regole scritte dal Santo ce ne restano due, 1' una 
compendiata dall'altra (op. P. II, p. 49 e seg.); ma se la prima 
fosse quella presentata ad Innocenzo III e se gliene fosse pre- 
sentata alcuna e quale, è impossibile, mi pare, ad accertare. 

^^ I tre socii dicono che corressero undici anni, ab incep- 
tione religionis. alla seconda approvazione di Onorio III, che 
ebbe luogo, secondo dirò, nel 1219. V inceptio religionis'deve 
notare appunto la prima approvazione data da Innocenzo III, 
che così sarebbe anticipata d'un anno. 

»3 La sua famiglia è detta degli Scii ; e sua madre ortolana, 
dei Fiumi. Gristof., p. 142. Non so su quali prove si reggano 
questi cognomi. 

«^ Vedi per tutti il Boll. p. 632. 

85 Vedi la regola del terzo Ordine nell' Op. Pars, II, p. 94. 
Che fosse scritta da Francesco, non già da Nicolò IV '( 1288- 
1292), ma che questi nell* approvarla di nuovo colla bolla U- 
nigenitus v'inserisse qualcosa di suo, è dimostrato dal Wad- 
ding e dal Bollandista, (p. 633 seg.j; e mi par probabile. 

«6 II Wadding (vedi Boll. p. 633) pone l' instituzione del 
terzo Ordine al 1221, ma senza prova: e poiché le lettere con 
cui Onorio III approvò Perdine dei Terziarii, hanno la data 
del 12 dicembre 1221 {Boll., p. 635), è già sola questa una 
prova sufficiente che l' instituzione avesse dovuto principiare 
più anni innanzi. 

«" T. S., XIV, pag. 80. 

«« Mem. J. d. G., 4, p. 517. La parola Ytalie è certamente 
corrotta; ma né il Voigt né io sappiamo indovinare quale le 
SI debba surrogare. 




80 



FRANCESCO I) ASSIST 



«^ Wadd., Ann. I, p. 301. Il Ghavin de Melari attribuisce 
a questo stesso, o piuttosto all' a. 1218, anche due lettere di 
Francesco, la 14* e la 15" nella prima parte delle opere, p. 20 e 
seg. Nella seconda di queste Francesco, vester in Domino 
servila parvulus ac despectus, si dirige lui stesso a' populo- 
rum rectores e gl'invita a far penitenza; e nella prima ad 
universos custodes fratrum minorum, ordina di far recapitare 
l'altra al suo indirizzo. Ora, io non trovo molto fondate le 
ragioni che il Wadding dà dell' autenticità di queste lettere 
(vedi l'edizione sua, Antuerpiae, 1623, p. 54 e 56); e d'al- 
tronde non è possibile, che Francesco nel 1219 scrivesse ai 
custodi dei frati minori in paesi, dove di frati ancora non ve 
n'era. Il Palomès, per far meglio, aggiugne la 13" anche ad 
universos dericos ; ed afferma senz'altro che Francesco desse 
una copia di queste tre lettere e di quella d'Onorio a ciascun 
frate, pare, nel cap. del 1221. Stona di S. Frances-co, voi. I, 
pagina 318. 

90 Barth. Pis., op. cit., col. 83, 3. 
^» Mem., J. d. G. 

^2 La leggenda se ne trova raccontata ne* Bollandisti al 16 
gennaio, p. ^Q., e riassunta da Chavin de Melan, p. 167. Chi 
era il Re? La leggenda dice che regnava in Portogallo Al- 
fonso li, e pone il fatto al 1220. A Cordova ed in Marocco 
dal 1213 al 1223 regnò Abu Jacub; e questi, principe debole, 
che non seppe restaurare la potenza degli Almoadi, fiaccata 
alla battaglia di Alacab nel 1212, avrebbe compiuto il nobile 
atto. (Vedi SediUot, Hist. des Arabes. I, p. 381. Duncan, Hi- 
story of Spain, II, p. XXXIII). Il dubbio se andassero in 
quell'anno o innanzi, è del di Giano, I. e, 7, p. 518. 

9-^ Queste parole son riferite da Chavin de Melan, op. cit., 
p. 171. Cita, Frane, Op. Ili, p. 86. Per rispetto alla citazione, 
io non la ho rigettata ; ma tali e quali non ci si trovano. 

^* Th. d. C. XX, p, 94. B. V., IX, 5. Il primo non dice 
dove giugnesse; il secondo dice che fosse giunto in Spagna, 
e che quivi la malattia lo cogliesse. Ma io non trovo suffi- 
cienti ragioni ad affermare, che Francesco fosse in Spagna, 
quantunque la fama se ne spandesse e confermasse col tempo 
11 principe cui intendeva andare è indicato col suo titolo: ^Ji- 
ramolino; Anir al Mamemn, comandante de' fedeli. Al ri- 
torno di Spagna, dice Th. d. C, tempere non multo post qui- 



FKANCKSCO d'ASSISI 



81 



dam Ut ferali viri et quidam nobiles ei grò tissime adhaeserunt: 
e tra questi, pare, il Celanense stesso. Io credo probabile: 1. 
che la missione dei Frati minori in Spagna accadesse prima 
del 1219, prima cioè di quella ordinata nel capitolo di que- 
st'anno in molte altre regioni; 2. che il martirio di quei frati 
fosse un incentivo a queste missioni, come a quella che Fran- 
cesco volle assumere sopra di sé. 

^'' KuGLER. Geschichte der Kreuzzuge, p. 315 seg. 

^^ Il che il di Giano non sa accertare; l. e. n 96 

^' I. d. (;.. l. e. 9, p. 549. 

•'*^ VoiGT., op. cit., p. 502. 

^9 I sospetti del Voigt, op. cit., p. 475, che Frate Elia no 
lo spingesse perchè l'Ordine si giovasse della gloria e consa- 
crazione che gli sarebbe venuta o del trovarsi presente Fin- 
stitutore suo alla vittoria dei Cristiani o del morirvi per mano 
degli infedeli, mi paiono a dirittura senza fondamento. 

^«^ KuGLER, op. cit., J). 317. 
J'^ I. d. G., op. cit., p. 520. Bonaventura. V. IX, 6. p. 
267, dice, che suo compagno fosse frate Illuminato; T. d. C, 
XX, pag. 96. 

'•^^ Così molto semplicemente e veracemente ragiona Gior- 
dano di (nano; ma un bello studio sarebbe il seguire la leii- 
genda e vederla ingrossarsi via via, sino a che nei Fiore/iti, 
1. XXIV, p. HO, è detto che convertisse il Soldano. 

'«3 Nella Vita altera di Tommaso da Celano, p. 158, è rac- 
contato che egli predicesse la sconfitta dei Cristiani. Ora, que- 
sti non ebbero in tutta l'impresa altra sconfitta che nelFultimo 
scontro. La leggenda, dunque, suppone, che si fosse fermato 
ni Egitto, almeno sino a che fu potuto i)revedere, che i Cro- 
ciati avrebbero data battaglia, anziché acconsentire a patti di 
pace; cioè sino a principii del 1221. 

^^^^ I. d. G., op. cit., II, p. 520. 

^'^^ I. d. (;., 12, 13. Il racconto veridico di Fra Giordano 
rende chiaro ed ordinato tutto un processo di fatti, che nella 
stona di S. Francesco, Wadding, Chavin de Melan, Palomès, 
ecc., è mirabilmente turbato. 

^^^ Cinque mila fu un'esagerazione nata più tardi. 

^^^ Ecco per questa denominazione del Capitolo un'autorità 
pHi antica di quella del Wadding, che al Voigt, p. 491, man- 
cava. E se è nei Fioretti, vuol dire eh' è più antica di loro. 



^> — Bo.xr.Hf, Fritnresco d'Assisi. 



82 



FRANCESCO d'ASSISI 



108 Fioretti, I, XVIII, p. 82. 

»09 I. ci. G., op. cit., I, 18, p. 524. Mi duole d'aver dovuto 
qui raccorciare il racconto; è tutto così notevole. 

110 Cui non si può affermare che assistesse il Cardinale U- 
golino e si deve negare che assistesse Domenico di Guzman. 

"' Pure che Francesco abbandonasse il generalato, è detto 
chiaramente dagli antichi. Barth. Pis., op. cit., col 64, 2, 
dice: Sic fraler Petrus Cathanti.... Beato Francisco renun- 

ciante ofpcium Generalatus coram fratribus factus est gè- 

neralis minister,, ed oltre la collatio, che cito, XXV, p. 126, 
si vede VEpist. Vili, pag. U, che Francesco scrive al suo 
successore. Si veda il Waddmg, nell'edizione sua delle opere 
a questi due luoghi, pag, 25 e 356. 

"'-^ Questa regola è quella pubblicata la seconda nell opero 
di S. Francesco, ma non differisce sostanzialmente dalla prima; 
la qual semplice osservazione butta per terra tutta la tavola 
inventata sul modo in cui fu composta; come nota già il Boll., 

p. 638 seg. • e A/r • 

"3 Questa è la data che si legge sulla sua tomba in b. Maria 

degli Angeli. Voigt, op. cit., p. 520, n. 

»" I. d. G., 50, p. 540. 

»'» Th. d. C, IV. p. 154 seg. E la parola della leggenda: 
coepit undique conquassar i. 

^'« T. S. V., p. 28. 

'" BoN., V., Vili, 5. Consideratione quoque primae origims 
omnium, abundantiori pietate repletus, creaturas quantumlibet 
parvas fratris vel soroHs appellabat nominibus prò eo, quod 
sciebat eos unum secum habei^e principium. Vedi T. da C, 
XXIX, p. 128 seg. 

"« T. S. V., p. 28. 

"9 Fioretti, I, XXI, p. 99. 

'^^ Il D'Ancona, in un suo scritto che ora non ho davanti, 
deve aver detto, che Francesco durasse quaranta notti a com- 
porre il suo carme ; e si dimanda com'egli ci faticasse tanto. 
Il caso è, che il fatto ch'egli procura di spiegare, non esiste; 
e forse egli è stato indotto in errore dall'Ozanam : 1 poeti Fran- 
eescani, trad. del Fanfani, p. 49. Del rimanente poi l'Ozanani 
riproduce ciò che il Wadding dice all'anno 1224; e questi non 
ha inteso dire che Francesco vegliasse quaranta notti a com- 
porre il canto, bensì che nelle quaranta notti meditasse di Dio 



FRANCESCO D'aSSISI 



83 



123 



124 



e di Cristo ; e poi levatosi di letto, airimprovviso dettasse il 
^arme. Del rimanente tutte queste notizie sul tempo e sul modo 
in cui li canto fu composto, non hanno fondamento di sorta 
(Vedi Boll., p. 1002.) 

'" Non entrerò nella critica del testo del canto ; rispetto al 
quale il Boehmer, Romanische studlen, l, ha fatto il migliore 
.studio. Osservo soltanto qui, che io non credo che Francesco 
aggiungesse la strofa 8% quando volle che il suo canto fosse 
recitato avanti al Vescovo e al Podestà d'Assisi, perchè si rap- 
pattumassero; il che, aggiungono, riuscì mirabilmente ; né che 
la 9* fosse aggiunta quando fu per rivelazione accertato del 
tempo della sua morte. Il verso : ~ Ba la quale nullu omo 
vivente pò srampare ~ prova, ch'egli non si riferiva punto alla 
morte sua, né nessuno annuncio dì questa l'aveva mosso a farlo 

'" T. S. V., p. 26. 

Th. d. C, XIX, p. 132. 

Appendice italiana alla lez. dei tre socii neiredizione del- 
1 Amoni, VI, p. 128; XVIII, p. 134. 

'^' Gap. VII, op. cit., p. 56. 

'•^ Non entro qui nella quistione dell'autenticità di queste 
due poesie. A me non pare che se ne possa ragionevolmente 
dubitare. E però un soggetto, che meriterebbe esso solo uno 
studio a parte, e che non è stato ancor fatto. Il meglio che 
n'è stato scritto, é il libretto geniale del Gòrres : Ber Heilige 
Franciskus ein Troubadour. Egli crede che le strofi delle due 
poesie, pubblicate come il 2» e 3^ canto, non ci siano state 
tramandate nell'ordine in cui sono state scritte. V'ha, in ciò, 
credo, qualcosa di vero; ma l'ordine, ch'egli ne propone, non 
mi par buono. Del rimanente il Gòrres le ha studiate più nelle 
due eleganti, ma fredde traduzioni latine dei due Gesuiti, E. 
Chifel e G. Lampugnano, che non nell'italiano. Ad ogni modo 
a chi piacesse sapere l'ordine proposto dal Gòrres, noto qui 
1 canti in cui ne dispone le strofi. 

Primo canto - 3, 4 strofe del 3» ; Secondo canto — 5, 6 
strofe del 3o ; Terzo canto - 7, 8, strofe del 3» ; Quarto canto 
■-9, 10, 11 strofe del 3^; Quinto canto — 12, 13, 14, 15, 16, 
17 strofe del 3»; Sesto canto — Il secondo canto; Settimo canto 
— 1, 2 strofe del 3»; Ottavo canto — 18 strofa del 3»; Nono 
canto - 14, 20 strofe del 3»; Decimo canto - 21, 22, 23 strofe 
<Iel 30; Undecime canto - 24, 25, 26, strofe del 3^; Duode- 



84 



FRANCESCO D ASSISI 



cimo canto — 27. 28 strofe del 3^ ; Chiusa — 31 strofa e sog. 

Che queste due poesie fossero state composte da Francesco 
mentre egli era suU'Alvernia, è certo una mera congettura; 
ma molto probabile del Wadding, op. cit., p. 402 e 405. 

'-' Queste poesie son pubblicate in più luoghi. Io le cito 
dall'edizione del Der Burg, op. cit., p. 154 seg. Ne avevo am- 
modernata l'ortografìa nella Nuova Antologia, perchè al lettore 
riuscisse più facile il gustarle. 

»^ Th. d. C. II, K VII. p, 168. 

'-•« Ivi, VII, p. 168. 

^=^ Th. d. C. P. II, III, p. 150. 

"' Ivi. XXVI, p. 114. I miracoli citati nel testo si possono 
leffìrere in Tommaso da Celano nell'ordine in cui io gli ho 

notati. 

'•''-' Th. d. C, P. II, III, p. 150. 

*^ CoMB.\, Storia della Riforma in Italia, p. 294, ne cita 
alcune; Tommaseo, nel Commento al canto XII del Paradiso, 
j). 239, dice: «Le Stimmate, anco scientificamente riguardate, 
j)Otevano essere effetto della meditazione intensa accalorata 
da un'immaginazione possente e dall'amore ai'dente alla cui 
passione corrisponde altrettanta compassione. » Credo che ci 
voglia anche più inunaginazione per ammettere questa inter- 
pretazione. 
"• Th. d. C. 
''■' Ivi, XII, p. 58. 

*'*' Xon è detto espressamente nella Regolali, Vili, j). 78: 
ma così mi pare di poter raccogliere de' Memorabili di Fra 
(Giordano. 

'^' Th. d. C, XVII. p. 82. 

^^ Si veda il mirabile capitolo Vili dei Fioretti di S. Frati- 
<es(0, eh* è tradotto àoìVadmon. de per feda letitia Op. cit., 
p. 34. 

"^ Si veda nell'opere di Bonaventura la lettera de Ref>r- 
mandis patribiis. v. VII. (Romae 1576) p. 467. Non mi ci posso 
fermare. 



APPENDICE PRIMA 



Fonti della vita di Francesco d'Assisi 



APPENDICE PRIMA 



FONTI DELLA VITA DI FRANCESCO D'ASSISI 



Gli Scrittori, a' qaali si deve principalmente far capo 
per una vita di Francesco d'Assisi sono; 1" Fr. Tomma- 
so da Celano, che ne scrisse per il primo, per comando di 
Gregorio IX. tra il 1228 e il 30; io ne cito l'edizione del 
Canonico Amoni, Roma, 1880. — 2° I tre socii, Fra Leone, 
Fra Rufino e Fra Angelo, che, per comando di Frate Cre- 
scenzio, ministro generale, raccolsero nel 1246 fatti e 
particolari tralasciati dal primo, e la cui leggenda io cito 
altresì secondo l'edizione datane dallo stesso Amoni (Ro- 
ma, 1880), dove è sbagliata nel testo (1266) e nella tradu- 
zione (1226) la data della lettera dei tre socii al mi- 
nistro generale, che è 1246, come nota il Wadding, e 
non 1247, come è nei Bollandisti, poiché Fra Crescen- 
zio, eletto generale nel 1244, dette ordine nel Capitolo 
(ìenerale di Genova di compilare questa giunta, ed era 
uscito dal generalato o di vita nel 1247, quando gli 
successe Giovanni da Parma. — 3** Ancora Tommaso da 
Celano, che per obbedienza allo stesso comando, scrisse 
in quello stesso anno una seconda vita col titolo: Me- 
moriale Beati Francisci in desiderio aìirmae{SAhmB., 



88 



FONTI DELLA VITA 



Chron., p. 60, Parmae, 1857): pubblicato a Roma solo 
nel 1806 e non ripuì)blicato mai più; il Voigt, (Z)c'n/£- 
vmrdifjheiteìi des Minoriten Jordanus von Giano. 
X. lY. del voi. V. der Abhaiidl. der phil. hist. classe 
<ler Kònij^l. Sachs. Gesellschaft der Wissenschaften) non 
iìveva conoscenza nel 1870 di questa pubblicazione — 
4° Tommaso da Ceperano, il cui scritto venne fuori col 
titolo; Speculum vìtce S. Francisci, aactore Th. Ce- 
perano; ed. Bos(iuierius, Coloniae, 1623, in 8°: ma 
nelle biblioteche di Roma non esiste nò (luesta edi- 
zione né altra. Se non che il titolo stesso, che il Voigt. il 
<iuale non ha visto il libro, trae dal Potthast (Bibl. Hist., 
p. 707). mi par sospetto. I Bollandisti, Acfa sanctoruni, 
die quarta octobris T. 11. Antiierpiae 1768 \). 550 
(l'autore di questa part e èCostantino Suysken), lo danno, 
mi pare, in tutt'altro modo: e dev'essere lo stesso li- 
bro: Antiqìcitafes Franciscanae seit speculum vifae 
heati Francisci et socioritm ejusy auctoribus FF. Fa- 
biano et Hugelino et aliis niinoritis D. Francisco 
coaevis; l'editore è appunto Tit. Bos(iUÌer. e l'anno il 
162"1 I Bollandisti stessi asseriscono, sulla fede di una 
cronica inedita, che Tommaso da Ceperano. del quale 
chi dice che fosse un prete secolare, protonotario apo- 
.stolico, chi invece un frate minore {Boll. 1. e. p. 547) 
scrivesse anch' egli per ordine di Fra Crescenzio, cioè 
nel 1244 o 45. e la sua legrjienda fosse compendiata da 
Y. Francesco da Be-^sa: invece il Waddin"- attribuisce 
a Bernardo da Bessa, compagno di Bonaventura, una 
storia del santo più lunga. Le quali difficoltà non si 
possono sciogliere, se la genuina leggenda di Tommaso 
da Ceperano e di cotesto Bernardo non si trova e non 
si esamina: tanto più che i Bollandisti stessi danno al- 
trove ([uello stesso Tommaso per autore d'una sjcunda 
vita vista da loro e dal Wadding. — 5° S. Bonaventura, 
che, già ministro generale deirOrdine,fu pregato dai frati, 
nel Capitolo generale di Narbona del 1200, di voler 



DI FRANCESCO d'assIST 89 

egli comporre delle diverse leggende frammentarie di 
S. Francesco, gravem et sincerani historiam, e lo foco 
nel 1261 (Wadd., Ann. Min. ad. a. 1200: Boll. II. p. 
549): io la cito neiredizioiio del Der Uvrif (Coloniae, 
1849). — 6° Giordano di (liano. i cui Ùemorabilia 
scritti nel 1262 e pubblicati dal ^'oigt 1. e, trattano più 
VVo\n'VAm(ìVii(ì de primilix^orum fratrnni in Theutonia 
missorttm. ma contengono molti particolari sulla vita 
del santo di molto valore. 

D'un altro storico di Francesco abbiamo notizie da 
<;iordano di Giano: cioè d'un frate /Giuliano che, ve- 
nuto nel 1227 in Germania con Simone Anglico, jyjst- 
rnoduni historiani beali Francisci et beati Antonii 
nobile stilo composnit. Egli, secondo il \\'adding. sa- 
rebbe stato da Spira, e se n'hanno notizie in Barto- 
lomeo da Pisa, Liber aureus, inscriptns liber confor- 
mitatum vitae beati art seraphici Patris Francisci 
ad vitam Jesus Christi, Bononiae. 1590. lib. I. fruct. 
8. fol. 66 e fol. 112. Ma poich'egli aveva scritto in- 
sieme di Antonio di Padova, il suo scritto, del quale 
non si sa altro, è posteriore all'anno della morte di 
questo, cioè al 1231. 

Il Cristofani ha pubblicato in quest'anno — // /)m 
antico poema della vita di S. Fraiicesco d' Assisi ~ 
trovato da lui in un codice memln-anaceo della Basi- 
lica Francescana d'Assisi. Il poema non era ignoto; i 
Conventuali avevano informato i Bollandisti che v'e- 
sisteva (p. 548): ma questi non se ne curarono, stan- 
techè constarci assisiensem illam ex prosaica Cetani 
mox ab alio metricam factam. Già il Wadding aveva 
attribuito (|uesta riduzione metrica ad un Anglicns 
quidam. Il Cristofani crede che il nome del verseg- 
giatore fosse Giovanni da Kant. Vi sarebbe molto a 
ridire: ma uscirei troppo di strada. Né affermerei che 
fosse fatta innanzi al 1230, per ciò solo, che i on vi 
.^i parla della traslazione del corpo di Francesco da 



90 



FONTI DKLLA VITA 



DI FRANCESCO d'ASSISI 



91 






S. Giorgio alla basilica dove fu posto in quell'anno; 
poiché il poeta segue passo per passo la leggenda di 
Tommaso di Celano, e questa non racconta quella tras- 
lazione neanch'essa, e si ferma alla canonizzazione 
seguita nel 1228. Però non è in tutto esatto, che il 
verseggiatore non abbia addirittura nulla di suo: spet- 
ta a lui l'accenno a' Patareni in Valle di Spoleto, 
p. 146; il titolo di Rex Persarum al Sultano innanzi al 
(juale andò Francesco, p. 191; il miracolo della mol- 
tiplicazione de' pani, p. 204; la rivelazione ad Elia, 
p. 249; e alcuni altri particolari, oltre molte conside- 
razioni morali e speculative, tutte sue. Oh' egli non fosse 
italiano, se ne può addurre a prova, oltre i versi ci- 
tati dal Cristofani, XIV, p. 24, anche quest'emistichio, 
XVII, p. 2iS-ut fit in Ausonia — e l'intemerata agli 
Italiani, CI, p. 169, dove trova da ridire che France- 
sco voglia andare a convertire i Parti, poiché : 

Plus, Italus quam Parthus eget, de plebe loquendo, 

Non dico de nobilibus. Fallacia Parthum 

Unica seducit, Italum non una, sed omnis; 

Parthus ab antiquo conceptum scisma tuetur, 

Italus admissae fidei praecepta repellit: 

Vnius haereseos inventae tutor habetur 

Parthus, adinventor Italus triginta duarum. 

Elstque quid hos faciat peccare licentius illis. 

Servi sunt Syrii; libertas est Italorum : 

Nam ipsi vel primitias in lege statutas 

Vel decimas debere Deo, sine judice peccant. 

Nam si sanctus eos pater excommunicet, aut si 

Iracundus eis Augustus bella minetur. 

Inde nihil curant, neutrum reverentur, utrumque 

Addixere jugo, praescripseruntque tributum. 

E dopo aver detto tutto ciò, e qualcos'altro, aggiunger 
Sed tacco; quaedam narrari vera videntur. 



Se non che per ritornare in via, s'osservi, che, dei 
quattro autori dei quali ci restano gli scritti, tre hanno 
vissuto certamente con Francesco; Tommaso da Celano, 
i tre socii, e Giordano di Giano: d'uno, Tommaso da 
Ceperano, non si può affermare nulla; ed uno certa- 
mente no, Bonaventura da Bagnorea. Onde, se abbiamo 
a mantenere fermo il criterio, che i testimoni devono 
essere contemporanei, noi dobbiamo avere maggior fede 
a' tre primi, che all'ultimo. E vero, che l'ultimo dice 
di essere andato di persona nel luogo d'origine e aver 
discorso coi familiari del santo, tuttora sopravviventi, 
massimamente con tali, qui sanctitatis ejiis etconsciifu- 
erunt et sectatorespraecìpiii, qiiihus.projìter agnitam 
veritatemprobatamque virtittem.fides est indicbit abili s 
adhibenda. Se non che egli era uomo di mente molto 
speculativa, sicché ha sprezzato, anche più dei suoi pre- 
decessori, la successione storica dei fatti, per causare, 
dice, la confusione; e gli è piaciuto, anche più che a 
questi, di aggrupparli secondo la lor natura od effetto, 
od il momento di sviluppo morale che rappresentavano: 
sicché a Fra Sai imbene appare optime ordinatus. D'al- 
tra parte egli nel 1261 sa assai più cose mirabili, che 
Tommaso Celanese nel 1228, come questo stesso ne 
sa in quest'anno, in cui ha scritto la sua prima vita> 
assai meno che nel 1244; che più tempo corre, e più 
la leggenda, per naturale effetto del lavorio della fan- 
tasia popolare e i)ia, s'ingrossa: Fra Salimbene, un 
trenta e quarant'anni più tardi, accerta che anche 
Bonaventura n'ha tralasciati molti. Pure, nell' ingros- 
sare, la leggenda non si contradice; e Bonaventura, se 
dice di più, in nulla, che gli altri avessero già detto, 
dice sostanzialmente diverso. 

Bonaventura racconta di sé ch'egli fu per opera 
di Francesco a mortis faucibus erutus. Nato nel 1221 
(in Balneo Regio, Provinciae Romanae, B. P. op. cit., lib^ 
I, fr. 8", col. 89), aveva cinque anni, quando Francesca 



no 



FONTI DELLA VITA DI FRANCESCO D ASSISI 



morì. La leggenda vuole, che quando n'aveva quattro, 
la madre lo presentasse al sant'uomo perchè glielo ri- 
sanasse: e questi, mentre ne pregava Iddio, (juando senti 
che il miracolo era per compiersi, gridò: Oh buona ven- 
fìtra;Q(\ì qui venne il soprannome, poiché il casato era 
Fidanza o Fidenza. Le parole stesse di Bonaventura sta- 
rebbero del pari 1)ene. se il miracolo fosse succeduto 
dopo la morte di Francesco e per intercessione di lui. 
Checché ne sia. Bonaventura non T aveva conosciuto o 
sentito a parlare. Invece. Tommaso da Celano, quan- 
do egli, com'è verosimile, parla di sé nel cap. XX 
(p. 94, ed. J^ol. 57). dove dice di letterati e nobili uo- 
mini che aderirono a Francesco al suo ritorno di Spa- 
gna, entrò, parrebbe. nell'Ordine nel 1215 (Boll.y\i. 546): 
fu mandato nel 1221 alla missione di Germania, dove 
da Cesario di Spira, ministro di quella regione, gli fu 
assegnata la custodia di Magonza. Yormazia. Spira e 
Colonia: e, dopo rimastovi in qualità di vicario qualche 
itnno, ritornò in Italia innanzi che Francesco morisse. 



APPENDICE SECONDA 



La Statua eli l^^ancesco d'Assisi 



APPENDICE SECONDA 



LA STATUA DI FRANCESCO D'ASSISI 



I. 



Chi non ricorda oh lasciamo stare, che questa 

•è una introduzione rettorica; ed io metto pegno, che 
non se lo ricorda nessuno. Adunque, diciamo, v' ha nei 
Fioretti di S. Francesco un esibitolo IX, in cui s'e- 
spone « come Frate Francesco insegnava rispondere a 
Frate Lione, e non potè mai dire se non contrario di 
quello che San Francesco volea. » Ora ecco in che 
modo. 

« Essendo Santo Francesco una volta nel principio 
dell'Ordine con Frate Lione in un luogo dove non a- 
vevano libri da dire l'ufficio divino, quando venne 
l'ora del mattutino, si disse Santo Francesco a Frate 
Lione: Carissimo, noi non abbiamo breviario col quale 
noi possiamo dire il mattutino; ma acciocché noi ispen- 
diamo il tempo a laudare Iddio, io dirò e tu mi ri- 
sponderai come io t'insegnerò; e guarda che tu non muti 
le parole altrimenti ch'io t'insegnerò. Io dirò così: o 



<)(*) LA STATUA DI FRANCESCO D'aSSISI 

Frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel 
secolo, che tu sei degno dell'inferno. E tu, Frate Lione, 
risponderai: vera cosa è che tu meriti l'inferno pro- 
fondissimo. E Frate Lione con semplicitade colombina 
rispose: volentieri, Padre: incomincia al nome di Dio. 
Allora Santo Francesco incominciò a dire: o Frate 
Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel se- 
colo, che tu sei deirno dell'inferno. E Frate Lione ri- 
sponde: Iddio farà per te tanti beni, che tu ne an- 
derai in Paradisa. » 

E così via via. i»erchè Frate Lione non riesce mai 
a dire (jucllo che Frate Francesco vorreì)be. e continua 
per un pezzo a dire il contrario. — Ebbene; io non ho mai 
letto nulla che rassomigli a un tal dialogo più d'una 
lettera di (t. Duprè al Marchese Domingo Fransoni del .S 
del 1880. ' Questi in una sua lettera l'aveva lodato di 
«sentimenti nobili e semplici: sublimi come il volo di 
un' a(iuila col cuor di colomba. » E il Duprè gli rispon- 
de- « Mio Dio. (luanto diverso e come schifosamente di- 
vergo io veramente mi sento. Ora voglio almeno in parte 
mostrarmiti. Senti:-Posata appena la penna di colcudHi. 
con che ti scrissi non ricordo cosa, io la ripresi e scrissi 
a un tale a Roma, che andasse dal decano della nostra 
letteratura Salvator Betti, al quale io aveva inviato 
il mio libro, e sentisse da lui se lo aveva ricevuto, 
perchè «quanto m'era indifferente il giudizio di altri, 
«altrettanto gradito mi sarebbe stato il suo giudizio; 
«giudizio, aggiunsi, non già di lode, sibbene di com- 
« patimento o di correzione.» Fin qui la colomOa: e 
ora stai a sentire il resto. Ho detto più sopra che di 
altri il giudizio m'era indifferente, ma non voglio la- 
sciare nell'ombra paurosamente il mio pensiero e dico: 

«Anche a inviai il mio libro, e non mi ha man- 

« dato nemmeno una carta. che si crede egli di es- 
«sere Cxiove tonante, lui? O non s'avvede che i suoi 
« fulmini sono di carta, di (luelli che fanno paura ai 



LA STATUA DI FRANCESCO d'assISI 97 

^ bimbi al teatro?» Senti eh! caro Domingo, che sen- 
timenti alti e gentili? che gemito innamorato e mite 
di pura colomba; e soprattutto che voli d'aquila? o 
non piuttosto il ruggito della superbia impotente e le- 
nta? »— Giovanni Duprè, come Santo Francesco, non 
vuole che si dica e pensi bene di lui, ma al Fransoni 
dovette succedere come a Frate Lione di non poterne 
dire o pensar male. 

Questa rispondenza d'anima fra la persona da ri- 
produrre nel marmo e quella che ve l'ha a riprodurre 
non e una delle minori condizioni perchè il marmo 
riesca fedele e ritragga al vero le fattezze non solo 
ma anche il sentimento che è vissuto dentro di esse 



IL 



Monsignor Andrea Ulli. vicario generale della dio- 
cesi di Assisi, interrogò nel settembre del 1880 il 
Duprè se avrebbe accettato di eseguire una statua di 
^. I^rancesco, da inaugurare il 4 ottobre del 188-> 
nella ricorrenza del settimo centenario della nascita 
di lui, che SI sarebbe voluto celebrare assai solenne- 
mente come s'è pur fatto. E il Duprè rispose: «Io 
^•ono lietissimo che cotesta commissione promotrice ab- 
bia pensato a me; non tanto per quel poco che val^o 
quanto per l'amore ch'io porto all'arte religiosa » ' 
Oh si disse il posto dove l'avrebbe avuta a collo- 
care, nella piazza di San Ruffino, più piccola e chiusa 
che non è quella di S. Francesco. Duprè si apparec- 
chio ali opera rileggendo con diligenza la vita del 
Santo, studiandone le parole e l'azioni, e non ne com- 
pose il bozzetto se non quando gli parve d'essersi 
«addentrato nello spirito di lui. ^ » Scolpì, come S 



7 — Bonghi, Francesco d'Assisi 



08 I-V STATUA DI FRANCESCO D' ASSISI 

Francesco voleva che i suoi frati predicassero. L'or- 
dinazione, del rimanente, gli era - ^ -/-'^ ' .'! f. 
settembre del 1880 scriveva; « una delle Ag^^e p'u a 
inabili che ho desiderato sempre di fare, e appunto 
inaDin. ciiB 3 p :, 17 anrile del 1881, giorno di 

San Francesco.»^ E il i? aprue uei ^ ,& 
Pasqua: * Bell'effetto farà quella cara, simpatica piaz- 
zetta d S. Rufino, con quella sua chiesa dal fondo 
uro dal cielo brillante, dal mite spazio, dal devoto 
'Xnzio » - - E il 23 novembre dello stesso anno, non 
ancora '--uarito di una colica, diceva allo stesso mon- 
".nore:* Quanto ho sofferto; doppiamente sofferto 
^ef malo eh' io pativa e per la pena che m. dava 
'abbandono delle mie P'« g-te occupazioni, che so 
tutto il mio cuore, tutta la mia vita. Che festa sarà 
per me il giorno in cui potrò rimettere piede nel mio 
Sire rivedere i miei lavori, il mio S. Francesco.* 

Giovanni Duprè s'ammalò il capo d'anno e mori .1 
10 Gennaio del Ì882-. nato il 1 marzo 1817, aveva 6o 
anr Della statua aveva finito soltanto ,1 modello e 
te tatolo in gesso. 11 marmo è stato lavorato e compito 
fa^^^a sua figliuola, Amalia. Il padre lo -nt.va dentr 
dt i * Chi sa - diceva - che questo non abbia ad 
esser" l'ultimo de' miei lavori!» Non riuscì neanche 
ad essere in tutto l'ultimo. 



LA STATUA DI FRANCESCO D'aSSISI 



99 



III. 



Non so se il Duprè avesse letto prima d. por ma.^ 
al bozzetto un ritratto che di S. Francesco ci ha la 
s iato un contemporaneo, Tommaso da Celano che n ha 
taTa vita. Questi era entrato nell'Ordine lecianm 
innanzi che il Santo morisse, ed era a Santa Marm 
de^li Angeli, quando vi fu portato a morire. A me 



: 



parrebbe che l'abbia detto. Ora è bene sentire questa 
ritratto : 

< Ilare d'aspetto, benigno di viso, piccoletto anziché 
no; testa non g-rande e rotonda; faccia alquanto lunga 
■e protesa; fronte piana e piccola; occhi mezzani, neri 
e semplici; capelli foschi; sopracciglia diritte: naso 
-eguale, sottile, retto; orecchie ritte e piccole; tempia 
piane: denti giunti, pari e bianchi; labbra scarse e 
sottili; barba nera e rada; collo stretto; òmeri diritti: 
braccia brevi; mani scarne, dita lunghe, unghie non 
corte; gambe sottili, piedi piccoletti, pelle fina, carne 
pochissima. » 

E il ritratto d' una figura punto rozza, anzi gentile. 



IV. 



Di ritratti antichi ce ne restano parecchi: quello 
nello speco di Subiaco, di cui non si dice l'autore- 
r altro di Giunta Pisano (1236), che si vede ~ chi lo 
vede — sulla porta della gran sagrestia della chiesa di 
S. Francesco; e per ultimo la statua in terracotta di 
Luca della Robbia, più recente di due secoli, e collo- 
cata in una cappelletta di S. iVIaria degli Angeli. Ora 
come io ho vista solo quest'ultima, non posso accin- 
germi, mi sembra, a paragonare cotesti tre ritratti 
<iuantunque non dubiti, che più d'uno ci si proverebbe! 

E mi contento d'esprimere il desiderio che qualche 
Italiano riproduca bene, in quel modo che si crede il 
migliore, cotesti antichi ritratti e altri se ve n'ha- 
poiché 11 compararli a dovere darebbe luogo a consi- 
derazioni di molto interesse per più rispetti. Oh! vo- 
ghamo aspettare che lo faccia un tedesco? 



100 



LA STATUA DI FRANCESCO d'ASSISI 



Y. 



Il ritratto dello speco si disse fatto da un fra e 
benedettino, mentre Francesco d'Assisi viveva; queUo. 
di Giunta Pisano, la tradizione vuole che sia stato di- 
pinto dietro le reminiscenze che i primi discepoli e i 
Ispecie frate Elia, conservavano della fisionomia del 
Santo; la statuetta di Luca della Robbia, i frati, che sono, 
tornati nel convento di Santa Maria, poiché 1 hanno- 
ricomprato, dicono addirittura che fosse riprodotta da una 
maschera del Santo. Io dubito che non si possa credere 
^ran fatto né alla tradizione né ai frati; e vorrei che 
il mio amico Morelli — il senatore, s'intende- m ac- 
certasse che il ritratto dipinto sia di Giunta e la terra- 
cotta di Luca della Robbia. 



VI. 



Avanti ai libri che parlano di S. Francesco, almeno- 
a parecchi, si trova altresì un ritratto di lui e in due- 
attitudini. Quale dei due è riprodotto da quello di Giun- 
ta? Non lo saprei dire: e qualcuno de' miei amici di 
Assisi me l'avrebbe a dire. 

Di codesti due ritratti, l'uno che ha più l'aria di 
essere antico, presenta il santo di faccia e a capo sco- 
perto. Egli vi guarda con una cotale serena rigidezza. 
Lungo tutto l'ovale del viso ha una barba rada e corta. 
Le mani non sono unite sul petto, ma poco discosta 
runa dall'altra; la diritta un po' più alta porta una 



LA STATUA DI FRANCESCO d'assISI 



101 



•croco, la sinistra un libro aperto sulle cui pagine è 
scritto in latino il motto dell'Evangelio: « Se tu vuoi 
essere perfetto, va e vendi tutto quello che tu hai e dà 
ai poveri. » I segni delle stimmate si scorgono alle 
mani, ma non ai piedi. — Tutta la persona è coperta 
della tonaca col cappuccio; e alla cintura il capestro. 
Ha i piedi scalzi. "^ 

L'altro ritratto è mezza figura. Il santo ha il cap- 
puccio a punta tirato sul capo. Ha barba lunga al mento 
e mustacchi. Gli occhi chinati a terra. La tunica è 
rattoppata sull'omero e sul gomito; sul seno porta una 
disciplina a sinistra, una croce a destra, e nel mezzo 
una testa di morto, dietro della quale appaiono i chiodi 
della croce. Tutte queste suppellettili, di cui ha cari- 
cate quelle mani che le stimmate forano, provano di per 
sé sole che questo ritratto è un frutto della pietà chias- 
><osa e affaccendata di tempi posteriori. ^ 



VII. 



Luca della Robbia non pare si sia molto giovato 
■del ritratto, che m'è parso antico. Il suo San Francesco 
non ha punto barba né mustacchi. Il capo è leggermente 
inclinato a sinistra. Il viso mostra gran sofferenza; ne- 
gli occhi piccoli una gran pietà. Non ha tutta la serenità 
dell'antico ritratto; ma maggiore dolcezza. Il braccio si- 
nistro scende lungo la persona, e la mano leggermente 
inclinata verso destra porta un libro. Invece il braccio 
destro è piegato, ma mollemente piegato. Dal gomito in 
giù è volto a sinistra; e la mano quasi tutta spiegata 
porta, così leggermente che pare che non porti nulla, una 
croce appoggiata sulla parte superiore del braccio. La 
mano è meravigliosamente bella nel suo abbandono; il 



.■K 



102 LA STATUA DI FRANCESCO D'ASSISI 

dosso scarno; le dita lunghe, affusolate. La tunica ^ 
appena ricinta alla vita dal capestro ; sicché le pieghe 
„e sono agevoli, fine, leggere; ma a -"'f * ;;"*^ 
dalla piegatura a destra della gamba e de Ip.ede^ Non 
si può la statua riguardare una «°l*,/°"a^. ^J .^"* 
tale impressione di pace, di tranquillità, di dolore, 
che tu te ne stacchi a mala voglia. 



VITI. 



Il Duprè non ha concepito il suo S. Francesco, come 
l'antico ritratto e Luca della Robbia, se non in co, 
che anch'egli l'ha fatto a capo scoperto. Ancor egli, 
come il secondo ritratto a stampa, gli dà mustacchi & 
barba, ma questa men lunga al mento, e divisa a due 
punte. Del rimanente, la figura immaginata da lui vuol 
rappresentare soprattutto la rassegnazione e la pietà. 
Ha lo sguardo rivolto a terra e il capo inclinato verso 
la sinistra. Le braccia incrociate sul petto nascondono 
il capestro, che pure, dalle molte pieghe della tunica, 
pare essere stato stretto di più, che non e quello de a 
statua di Luca. Le gambe non mostrano sotto di quella 
piegatura alcuna; e i piedi che hanno i sandali pog- 
giano a terra colle lor piante distese. Le stimmate nel 
dosso della mano non si vedono neanche accennate. 

Si possono muovere a' particolari del lavoro alcune 
censure. I dossi della mano non sono scarni abbastanza; 
ne scarne abbastanza le dita. Le dita de' piedi, si può 
anche dire, non sono ingrossate quanto sogliono in chi 
cammina scalzo. E l'inclinazione del capo la si che 
alle spalle la persona dà brutta figura di sé ; poiché par 
poco meno che senza capo. Ma di ciò giudicheranno gh 
artisti. - Quanto a me devo dire, che quel viso e piena 



LA STATUA DI FRANCESCO U ASSISI 



m:i 



di sentimento religioso; ne attesta in chi l'ha fatto, e ne 
genera in chi lo guarda. Pure Santo Francesco, cosi 
com'egli era, si vede assai meglio nell'antico ritratto e 
in Luca della Robbia. Nella statua del Duprè è troppo 
un frate minore di quelli vissuti ne' secoli posteriori. 
Non v'è tutto di lui. Non v'è segno di quella ca- 
rità operosa, infaticabile; di quella freschezza e no- 
vità di fiducia, che v'era nella sua indole. Egli appare, 
come era pure, ma non era soltanto, umile e devoto. 
Non ci si vede nessun lume d'azione efficace, ch'egli 
voglia, o speri esercitare sugli altri. E un San Fran- 
cesco, direi, rivissuto nel secolo decimonono; è in mezzo 
a un mondo che non l'intende, e di cui egli dispera e 
si rimette in Dio. Dove egli visse tra popolazioni, certo 
anch'esse, la lor parte, faziose e guaste, ma piene di 
amore, di fede e di semplicità come lui; alle quali e- 
gli, il poverello di Cristo, spogliatosi di tutto per imi- 
tazione di Lui e per esempio ai violenti ed agl'ingordi, 
diceva per prime parole: « Pace sia con voi »; e quelle 
s'affollavano alla sua voce, pronte a rifar pace coi ne- 
mici e con Dio. ^ 



NOTE 



' Scritti minori e lettere di Giovanni Duprè; per Luigi Ven- 
turi (Le Monnier 1882), pag. 387. 

^ Op. cit. pag. 29. 

3Id. pag. 398. 

* Op. cit. pag. 412. 

Hd. pag. 421. 

^ Vedi Mem. st. di Giovanni di Giano, pubblicate dal Voigt ; 
59 ; p. 524. 

' Questo ritratto si vede avanti all' Histoire de Saint Fran- 
cois del Chavin de Melan (Paris 1815). 

^ Si vede avanti all'edizione delle opere di S. Francesco 
fatta dal Gan. Der Burg. Goloniae, 1842. 

^ Mi par bene di riprodurre qui in nota le varie comuni- 
cazioni alle quali dette luogo nella Domenica Letteraria questo 
mio articolo, che vi venne fuori il 22 ottobre 1882. Potrei ag- 
giungere di mio altre notizie su ritratti più o meno antichi 
del Santo di Assisi, che m'è accaduto di trovare in istorie 
dell'arte. Ma non potendo sperare di dar qui deìV Iconografia 
francescana una informazione compiuta, mi pare miglior par- 
tito il lasciare a chi si proponga di farlo, la cura di racco- 
gliere quelle notizie e di vagliarle. E mi par sempre deside- 
rabile che un siffatto studio richiami l'attenzione e l'opera di 
un Italiano. 



106 



LA STATUA DI FRANCESCO 1) ASSISI 






Domenica Letteraria, 29 Ottobre 1882, N. 39. 
Per San Francesco. — Riceviamo da R. Bonghi. — 



Caro Martini^ 



Napoli, 23 ottobre 1882. 



Voglia permettermi di correggere un errore in cui sono 
incorso nello scrittarello su Franceaco d'Assisi e Giovanni Du- 
prè, pubblicato nell'ultimo numero della Domenica Letteraria. 
Ho scritto che il Duprè mori il capo d'anno del 1882: invece 
in quel giorno s'ammalò, e morì il 10 gennaio di quell'anno. 
Ancora, mi occorre di farvi questa giunta. Amalia Du- 
prè, che il padre credeva artista vera ed è, scriveva cosi nel 
febbraio, parrebbe, del 1882 a mons. Ulli :-<< Son tornata 
«allo studio senza del babbo; il Signore me n'ha data la 
«forza; ho rivisto il San Francesco; ho continuato a ntoc« 
« care nel marmo una statua che lasciò quasi finita (Jt Rat- 
« mondo Lullo), e dove lui, tanto buono, si contentava che io 
« r aiutassi. E così farò per quella tanto cara del San Fran- 
« Cesco, ultimo modello del padre mio. Non posso dirle com'è 
« da tutti ammirata questa figura ! La ritoccherò tutta da me, 
«e con l'aiuto di Dio spero che nel marmo vi sarà quell'a- 
« nima, queir espressione, eh' è nel modello ; e il babbo mio 
« pregherà e mi aiuterà di lassù. La prego di far parte ai 
«signori componenti il comitato di questa mia intenzione; che, 
« per me, è un dovere, un penoso dovere, il mettere ogni 
« mio studio, affinchè i lavori lasciati incompiuti dal mio caro 
«babbo e maestro sieno eseguiti come meglio potrò.» 

Care e dolci parole di pia figliuola d',un piissimo padre: 
delle quali mi duole di non doverne qui trarre altro profitto, 
se non quello solo d' accertare, che la statua di San Fran- 
cesco è stata condotta in marmo tutta dalla figliuola. 

Bonghi. 

Ed un altro cortese signore e' invia la lettera seguente : 
Il prof. Bonghi nell'articolo intitolato Francesco d'Assisi 
e Giovanni Duprè, pubblicato nell'ultimo numero della Do- 



LA STATUA DI FRANCESCO d'aSSISI 



107 



menica Letteraria, parlando dei ritratti del Santo non accenna 
a quelli che si trovano nel Monastero della Verna, il quale 
fu fondato dal Santo stesso che vi abitò forse più che ad Assisi. 

Un altro ritratto del Santo si trova in Spagna, come ri- 
levo da un libro scritto verso la fine del 1500 da un Fra Sal- 
vatore Vitale francescano, intitolato: Del Monte Serafico della 
Verna stampato a Venezia nel 1628, il quale a pagina 44 
dice: «Giunse (S. Francesco) nella città di Guete ove pre- 
«dicò e edificò quel popolo, il quale fece scolpire per mano 
« d' un Giudeo scultore molto insigne, l' imagine del detto 
« santo, e la fece, per sfregio della nostra fede, molto informe 
« di statura e viso, e dicono in quel convento che assomiglia 
«al santo, ma non è vero. Stando io in Guete l'ho veduta, 
«e c'è nella cappelletta (luogo antico dove il santo fu al- 
« loggiato) un epitaffio che dice essere stato là il padre S. 
«Francesco l'anno del Signore 1214.» 

Ammesso che sia anche brutta, come dice il frate, avrebbe 
però il vantaggio di esser fatta mentre il Santo viveva e qual- 
che somiglianza doveva averla, altrimenti mi pare che i frati 
non l'avrebbero accettata. 

Nel libro stesso poi vi è inciso in rame un ritratto dì 
S. Francesco colla iscrizione : Vera S. Francisci efpgies ; il 
quale ó differente da quelli che si trovano in altri libri, de- 
scritti dal prof. Bonghi nel suo articolo. 
Roma, 24 ottobre 1882. 

Devotissimo 
Pietro Stettiner. 






5 novembre 1882, N. 40. 

Ancora per San Francesco. — Riceviamo le due cartoline- 
e la lettera che seguono: 

— Poiché, nella Domenica Letteraria, Ruggero Bonghi e il 
signor Pietro Stettiner hanno accennato alla serie dei ritratti 
di San Francesco, credo opportuno aggiungere che, in Ra- 
venna, presso il signor Ulisse Miserocchi, trovasene uno di- 
pinto certamente nella prima metà del secolo XV. Ricorda 



108 



LA STATUA DI FRANCESCO D ASSISI 



quello che si trova inciso colla leggenda — Yeva S. Francisci 

effigies, — nel libro di Fra Salvatore Vitale, citato dal signor 

Stettiner. 

Corrado Ricci. 

Egregio sig. Direttore^ 

Nello scritto dell' on. Bonghi « Francesco d'Assisi e Gio- 
vanni Dupré» pubblicato testé nella Domenica Letteraria^ si 
fa parola di vari ritratti del Santo del secolo XIII. Di uno 
importantissimo però non si fa cenno, del ritratto cioè di esso 
Santo circondato da piccole storie della sua vita, in campo 
d'oro, che si conserva nella chiesa di S. Francesco di Pescia, 
opera di Buonaventura di Berlinghiero da Lucca, del 1235. 
Probabilmente Buonaventura aveva conosciuto personalmente 
il Santo, ed i ritratti che ne faceva, erano in voga, poiché se 
ne conosce un altro che trovavasi, e forse trovasi tuttavia, 
presso i Marchesi Montecuccoli in Modena, ed uno era nelle 
stanze del Papa in Vaticano, del quale parla il D'Agincourt, 
e fu disperso al tempo dell'invasione francese nei primi di 
questo secolo. Il quadro di Pescia è importantissimo non solo 
per ciò che rappresenta, ma anche per l'istoria dell'arte; di 
esso parla a lungo Michele Ridolfi negli atti della R. Acca- 
demia lucchese e ne dà una assai fedele incisione. 

Accolga, sig. Direttore, i sensi del più profondo rispetto, 
e mi creda, 

Lucca, 30 ottobre 1882. 

Suo Dei\ 

Pellegrino Barsanti 

Chiarissimo Signore, 

Un altro ritratto antichissimo di S. Francesco è nella cap- 
pella privata del palazzo Colonna in Roma. 

Fa parte di una pittura a musaico rappresentante M. V. 
col bambino, alla quale S. Giovanni e S. Francesco presentano 
il donatore Giovanni Colonna. 

Il Santo è molto diverso dal tipo universalmente adottato, 
ed è sbarbato. 

Dalla iscrizione s'impara che quel musaico era prima nel- 
l'ingresso dell'atrio del convento in S. M d'Aracoeli. e fu 
fatto eseguire da Gio. Colonna nell'anno 1228 (Il Santo era 
ancora vivente?). 



LA STATUA DI FRANCESCO d'ASSISI 



lOO 



Questa pittura copiata fedelmente dal sig. Giuseppe Gnoli 
è stata pubblicata dallo Spithóver nella sua raccolta dei mu- 
saici delle chiese di Roma e illustrata dal eh. com. G. R. De 
Rossi. 

Mi creda con tutta la stima. 



Roma, 1 novembre 1882. 



Un assiduo lettore. 



•k 



19 Novembre, N. 42. 

Per S. Francesco. — Ecco due altre cartoline e una let- 
tera. S. Francesco può essere contento, ci pare. 

— Perchè il Bonghi, nello scrivere degli antichi ritratti di 
S. Francesco, non ha accennato alla celebre tavola della Cap- 
pella dei Bardi in S. Croce di Firenze, dal Vasari attribuita 
a Cimabue, e che forse meglio dovrebbe riferirsi a Margari- 
tone d'Arezzo? Il Vasari attesta che quivi il pittore ritraesse 
S. Francesco di naturale. Né deve passarsi sotto silenzio un'al- 
tra tavola nella Chiesa di S. Francesco di Pistoia, opera di 
Lippo Memmi, dov'è effigiato il Santo su campo d'oro, cir- 
condato dalle storie della sua vita, appunto come nella tavola 
di S. Croce. 

Alessandro Chiappelli. 



— Credo utile aggiungere alla serie dei ritratti di San Fran- 
cesco, dal suo giornale ricordati, quello del Tiziano, che con- 
servasi nel convento di S. Francesco in Zungoli (villaggio 
della provincia d'Avellino). Il dipinto rappresenta S. Fran- 
cesco nel letto di morte, circondato da frati, e da vari angioli. 
Il dipinto è su tela ed appartiene al governo; ma è tenuto 
in consegna da quel municipio, che ha rilasciato al governo 
legale ricevuta. Il ritratto è degno del pennello del grande 
Tiziano. 

Francesco Barbalato di Diego. 



♦ L Ov 



110 LA STATUA DI FRANCKSCO D ASSISI 

Illustrissimo Sig. Direttore, 

Non le rincresca che fra i molti ritratti di S. Francesco 
-d'Assisi menzionati nel pregevolissimo di lei giornale io pure 
ne ricordi un altro posseduto da un signore di qui, che si ri- 
tiene pei- fermo opera di quello stesso Berlinghiero da Lucca 
che dipinse il S. Francesco della chiesa di Pescia. 

Il ritratto è fatto a colori su una tavoletta di rame di 
centimetri 7,8 per 9,6: esso é poco meno di mezza figura 
in campo d'oro, ha il cappuccio lungo tirato sul capo che si 
vede dal lato sinistro cascare in dietro essendo la faccia in 
terza, volta a destra; sostiene colla mano sinistra un libro 
•chiuso poggiato col dorso leggermente alla parte superiore 
del braccio; e la mano destra è levata in atto di benedire 

In una tela vecchia e logora attergata al quadretto, in 
-caratteri assai sbiaditi e persi in parte, si legge tuttavia: anno 
i235, Bonaventura da Lucca, 

Ciò sarebbe ben poco per la sua autenticità perchè quella 
tela e quello scritto non possono rimontare che ad un secolo 
addietro o poco più; ma ben altre circostanze conducono a 
•credere che la leggenda sia vera e genuina. 

Il Berlingherio fece diversi ritratti di S. Francesco e fra 
essi quello posseduto dai marchesi Montecuccoli. 

Saverio Bettinelli nella sua opera - Il risorgimento d'Italia- 
(Edizione di Venezia 1781, tom. IV, p. II, pag. 193, nota a) 
-dopo aver fatto cenno della tavola antica rappresentante S. 
Francesco che trovavasi nel Castello di Guiglia de' marchesi 
Montecuccoli fatta dal Berlingherio nel 1235, e così pochi 
anni dopo la morte del Santo, riporta in nota le parole a lui 
-scritte intorno a quel quadro dal letterato Luigi Ceretti, pa- 
role che sta bene trascrivere: 

Bonaventura Berlingeri, me pinxit de Lucca 
A. D. MCCXXXV. 



«Questa è T inscrizione eh' è sotto i piedi del Santo in let- 
H<tere d'oro. La figura di S. Francesco d'Assisi di questo Bo- 
« naventura da Lucca, anteriore, come si vede, a Giotto e a 
« Cimabue, è molto più molle e pastosa delle pitture di questi 
K<due, che si vogliono rinnovatori e padri della pittura. 



LA STATUA DI FRANCESCO D'ASSISI 



Ili 



«E in un campo messo a oro: ha il cappuccio in testa, 
«nella sinistra un libro e la destra in atto quasi d'ammira- 
azione. Ha le stigmate nelle mani e nei piedi, i quali però 
«hanno molto dello statuino. La testa merita considerazione 
«più di tutto il resto, poiché ha moltissimo dell'evidenza, e 
«della morbidezza di Raffaello. La sua patina di antichità, 
« l'abito mal piegato e statuino, la figura e legatura del libro 
«non lasciano dubitare dell'autenticità del tempo di questo 
« pezzo raro ed insigne della italiana maestria anche ne' tempi 
«della barbarie universale.» 

Altrettanto può ripetersi del quadretto sul rame che ho 
sott' occhio, il quale presenta il Santo nella stessa identica 
positura, col cappuccio in testa, il libro nella mano sinistra, 
e la mano destra alzata, non direi in atto quasi di ammira- 
zione, come dice il Ceretti per quello di proprietà Montecuc- 
-coli, ma in atto di benedire. 

La figurina è molle e pastosa essa pure, e i colori sono ben 
conservati e piuttosto vivaci sotto una patina lucida, che senza 
•dubbio è molto antica. 

Un altro argomento poi da cui è lecito dedurre che il ri- 
tratto sia antico e sia lavoro del Berlingherio, che conobbe 
forse di persona S. Francesco o di lui lesse il ritratto che ne 
fece il contemporaneo Tommaso da Celano (come ricordò l'o- 
norevole Bonghi), si è che le fattezze del Santo ritratte nel 
dipinto corrispondono assai bene a quelle indicate dallo stesso 
Tommaso da Celano : 

« Testa non grande e rotonda, faccia alquanto lunga e pro- 
« tesa, fronte piana e piccola ; occhi mezzani neri e semplici, 
« sopracciglia diritte, naso eguale, sottile e retto, tempia piane, 
« labbra scarse e sottili, barba nera e rada, collo stretto, òmeri 
« diritti, braccia brevi, mani scarne, dita lunghe, unghie non 
« corte ». 

Tale è appunto il ritratto sul rame di cui ho discorso, 
tranne che gli occhi, anziché neri, sono castagni e la barba 
■corta, e rada sotto il mento, non che i mustacchi lunghi e 
radi sono dello stesso color castagno. La figurina é molto 
bella e dev'essere di qualche pregio, se fu un presente fatto 
a Ludovico Antonio Muratori come si legge nella assicella 
posta dietro il quadrettino. - 

Dal volto del Santo spira severità, dolcezza ed austerità 



112 LA STATUA DI FRANCESCO d'ASSISI 

insieme • gli occhi suoi non sembrano guardare in alcun punto 
determinato, ma estasiati fissarsi nelFinfinito in atto di chi. 
dal cielo invoca sugli uomini benedizioni. 
Mi rassegno con tutta stima 

Suo devotissimo 
Luigi Zam 






3 Dicembre, N. 44. 

Per S. Francesco. — Un cortese signore, del quale noa 
ci riesce decifrare il nome, c'invia questa cartolina: 

— Come mai nessuno si è rammentato che Annibale Caracci 
dipinse egli pure l'effigie di S. Francesco d'Assisi? E una 
mezza figura (mi pare) la quale appartenne dai tempi più re- 
moti alla Gasa Savoia. 

Pregio principale del dipinto è la fattura, veramente am-^ 

mirabile, dell'estremità. . :, , e ^ 

Sarebbe vergogna che nelle serie dei ritratti del Serafico- 
d'Assisi questo bellissimo d'Annibale Caracci non fosse citato. - 



24 Dicembre, N. 47. 

Ancora per S. Francesco. - Ci scrive un cortese signore : 
_ Un ritratto di S. Francesco di singolare fattura esiste 
nella pinacoteca torinese. Esso è una mezza figura su tela, 
alta centim. 0,75, larga 0,63, e che porta in catalogo il nu- 
mero 187; è attribuita al pennello di Guido Rem, ed il mar- 
chese Roberto d'Azeglio, nella sua magnifica illustrazione della 
Galleria Piemontese, dopo averne ragionato colla consueta sua 
perizia, ne loda la maestria dei contorni e della espressione, 
quella delle mani in particolare, dote che in singoiar modo 
distingueva quel sommo ingegno. 

G. AlMERY. 



LA STATUA DI FRANCESCO D ASSISI 



113 






31 Dicembre, N. 48. 

Per r Iconografia Francescana. — Il conte Camillo Raineri 
Biscia e' invia cortesemente i seguenti ricordi : 

— Pei tanti benefizi che i popoli ritrassero da Francesco 
d'Assisi, l'effigie di lui venne portata sugli altari da un capo 
all'altro di questa Italia che gli diede il nascimento, da lui 
benedetta e tanto amata. Onde vediamo i più eccellenti artisti 
nostri in ogni età occupati a ritrarre degnamente l'immagine 
di colui che restaurò colla virtù del sacrificio la cadente chiesa 
cristiana, riconducendola sulla primitiva progressiva via civi- 
lizzatrice dell'umanità. E poiché nella lunga serie dei ritratti 
di S. Francesco citasi sulla Domenica Letteraria ancora quello 
conservato nella pinacoteca di Cesena, opera del Guercino, che 
probabilmente è quello dipinto per conforto del Cardinal Sa- 
velli, Legato di Bologna, voglio, a maggior complemento della 
Iconografia Franc-^scana, ricordare come il maraviglioso pittore 
centese fu instancabile nel riprodurre in svariate forme Tim- 
magine del Grande riformatore. 

Sarà facile a chiunque riscontrare la validità del mio 
asserto, ripassando la Felsina PittHce del Malvasia, opera 
che, se pecca per ripienezza di enfatiche parole, conforme l'uso 
del' secolo in cui visse l'autore, e per lo stile mancante di 
di semplicità e naturalezza, pure è pregevole, essendo corre- 
data di documenti validissimi per la storia dell'arte. 

Niun pittore di grido, credo abbia ripetuto l'immagine 
dell'eccelso poverello di Assisi come fece il classico maestro 
Barbieri : posciachè sino dal 1617 diede mirabile saggio di 
sempre più perfezionarsi in quel suo primo stile di bella e 
semplice naturalezza con armoniose tinte e con gran forza di 
chiaroscuri, dipingendo, per S. Agostino di Cento, la Vergine 
col Bambino e due Angioletti in alto e da basso S Francesco 
con altri santi. Ora la chiesa non sussiste più; il quadro fu 
trasportato in Francia, d'onde passò ad ornare la galleria dr 
Brusselles. Tre anni dopo ritrasse S. Francesco per un quadro 
da collocarsi nella chiesa di S. Pietro di Cento, in atto di 



8 — Bonghi, Francesco d'Assisi. 



114 



LA STATUA DI FRANCESCO d'ASSISI 



venir meno al suono di una viola trattata con naturalissime 
movenze da un Angelo su le nubi ; è in compagnia di S. Be- 
nedetto vestito di bianca cocolla, sedente dalla parte opposta. 
Dal Calvi, pittore e uomo di lettere di discreta fama, sappiamo 
che tale pittura ha tanta forza di tinte e di effetto da preva- 
lere a quella di Lodovico Garacci. Ma sfortunatamente anche 
questa opera è nel numero di quelle ite all'estero. 

Per buona sorte dell'arte nostra il Guercino fu infatica- 
bile artefice e rimangono ancora in Italia parecchi quadri del 
suo ardimentoso pennello, fra i quali primeggia quello che fu 
posto nella chiesa delle suore francescane di Ferrara, in cui 
è S. Francesco che riceve le stimmate, avendo il Barbieri ado- 
perata ogni sua industria acciocché riuscisse squisito non es- 
sendovi in detta città altre pitture di sua mano. 

Uscirei dai limiti propostimi con questi cenni se volessi 
qui presentare il numeroso elenco dei quadri dipinti dal Guer- 
cino rappresentanti S. Francesco, essendo mio solo intendi- 
mento di ricordare particolarmente quello che abbiamo la 
fortuna di possedere in Bologna nell'antico tempio dei Canonici 
Lateranesi di S. Giovanni in Monte. Vedesi in detta chiesa, 
al secondo altare a mano sinistra entrando dalla porta mag- 
giore, ancora nel posto ove fu collocato dal suo autore. Il 
Santo è rappresentato in mezzo alla mistica e svariata valle 
dell'Alvernia. sua dimora prediletta ; è assai espressivo, scarno, 
devoto e umilmente composto in sé stesso, che inginocchiato 
con le mani giunte rimira una croce appoggiata in terra ad 
un tronco d'albero, mentre in distanza siede il compagno del 
Santo, colla sinistra mano appoggiata ad un libro aperto, come 
assorto in contemplazione, e pare quasi innalzi le orazioni dal 
fondo dell'arima all'immensità dei cieli. Pittura che nella sua 
semplicità è singolare pel gusto delle tinte, unito ad aggiu- 
stato disegno, ad un'ineffabile espressione di affetto ; e il tutto 
insieme di questo quadro, che è grande per l' impiedi e dipinto 
in tela, forma una delle più belle opere di prima maniera 
che abbia eseguito questo celeberrimo pittore. Lo dipinse nel 
1645 e ne ebbe in prezzo ducatoni 180 pari a scudi bolo- 
gnesi 225, come risulta dal libro in parte scritto dal Barbieri 
stesso, in cui sono notati i proventi ricavati dai suoi lavori. 
Confesso che non avevo mai osservato minutamente quest'opera 
d'arte in tutto perfettissima, ma ieri nel contemplarla con più 



LA STATUA HI FRAXCKSCO n*ASSISI 



115 



attenzione, scorsi subito quanto questo S. Francesco sia stato 
dipinto con amore di artista; onde sentii più che mai viva la 
gratitudine verso il rigido fraticello che in tempi di forza 
brutale sostenne con coraggio eroico i diritti dell'uomo, mo- 
strando coU'esempio sussistere il cristianesimo nel vicendevole 
aiuto fra la povertà e la ricchezza, nell'universo amore, senza 
del quale sarebbe caos e morte. — 














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